THIRTEEN REASON WHY

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Ho titolato il post con il titolo originale del libro perchè mi piace molto di più della semplicistica traduzione italiana.
Qualcuno di voi ha letto il libro o visto la serie tv???

Io per il momento ho visto la serie, ci ho messo un pò, volutamente perchè avevo bisogno che la mia mente elaborasse ciò che le varie puntate mi lasciavano… ed è stata davvero tanta roba….

Si, devo dire che la serie mi è piacuta moltissimo.

Il giudizio complessivo è un giudizio emoziale, di testa e di pancia non certo di tecnica e abilità.

Quindi non vorrei soffermarmi a parlare dei dettagli ma di dettagli.

Già perchè anche se apparentemente la storia è la storia di un adolescente in realtà ci sono così tante storie nei dettagli, così tanti pensieri e discussioni che si possono intraprendere che è proprio il tipo di cosa che voglio vedere o leggere nei pochi momenti che posso dedicare al grande schermo (in ogni sua evoluzione tecnologica) o al piccolo parallelepipedo cartaceo. Perchè il tempo è poco e non amo sprecarlo con cose che mi annoiano.

E devo dire che nonostante nella parte centrale secondo me un pò di ritmo è stato perso (ma potrebbe benissimo essere una considerazione deviata più dal mio stato psicofisico che dalla serie in se) poi ogni cosa è tornata al suo posto e un sacco di stimoli per pensieri e riflessioni sono stati forniti.

Io, personalmente mi sono perso a riflettere, su una ragazza che decide di togliersi la vita, su un ragazzo che considera talmente forti i suoi principi morali
da non rendersi conto di quanto gli stessi lo portino ad essere un “diverso” ma sopratutto quanto questi lo tengano lontano da sofferenze comuni,
di svariati ragazzi con svariate tipologie di vite e problemi. In particolare di quanto riusciamo ad alterare la nostra immagine ed i nostri pensieri per adeguarli a quelli che la società richiede o forse meglio dire a quelli che noi stessi pensiamo la società ci richieda.
Ci sono poi le immagini ed i pensieri da fare verso i genitori, della ragazza e quelli degli altri protagonisti. Quelli legati a quello che si può permettere un sistema istituzionale, scolastico, sempre proiettati alle logiche della società che sovrastano quelle della comune umanità.
Ci sono quelli legati ad una persona che probabilmente ne esce come sconfitta e perdente ma che forse è l’unica che si è avvicinata all’accettazione che la vita giusta o la scelta giusta non è quella che spesso ci appare come tale.
Si parla di violenza sessuale, psicologica, bullismo, repressione, isolamento.. si parla di vite di tutti i giorni e di persone di tutti i giorni.

In qualche modo si parla anche di reazioni differenti a sollecitazioni molto simili…. e forse, almeno per me, la chiave di lettura di questa serie sta tutta qua.

Ma magari appena recupero un pò di tempo ne scriverò in modo più approfondito.

 

Prima di scendere nei dettagli del mio viaggio mentale durante la visione, qualuno di voi ha visto la serie o letto il libro??

NetflixTiein

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di un anno che se ne va..

La cosa positiva è che ho una buona sensazione per questo nuovo anno, non so se sia
legata a una qualche forma mentale di speranza di buon auspicio oppure a qualche inconscia vibrazione positiva dalle origini sconosciute.

Fatto sta che il duemiladiciasette è alle spalle, finalmente, non so se lo ricorderò in futuro
ma ora che la memoria è ancora fresca posso sicuramente affiancarlo al 2011, cioè come uno degli anni più duri e pesanti di quella che sarà un giorno la mia storia.

Non amo lamentarmi, mi disturba chi lo fa sempre e di conseguenza cerco di non farlo quasi mai, però ecco non posso dire sia stato un anno facile, e il periodo di festività tradizionale non poteva ribaltare il mood dell’anno appena trascorso.

Per carità, ci sono migliaia di persone che se la passano peggio di me, che hanno mille e più motivi per non essere sereni.. non intendo paragonarmi o cercare di entrare nel gruppo però di fatto è finito un anno molto impegnativo e stancante.

Un anno pieno di parole e di lunghi tempi di attese, un anno troppo fermo per i miei gusti, un anno di progetti calati dal cielo a cui è stato obbligatorio affidare parte delle mie risorse energetiche e mentali.
Un anno obbligato, lo chiamerei così… un anno in cui il tempo era scandito da situazioni ed eventi che in un  modo o nell’altro erano forzati, e io faccio da sempre stramaledettamente fatica ad accettare le forzature.

Ma si deve, in certi casi, non ci si può opporre… o ci si rende conto che si potrebbe pure ma ciò che si ricaverebbe da una scelta così anarchica sarebbe solamente inutile polvere di anticonformismo fine a se stesso.

Spero che sia un anno di energia, un anno dove dedicare le forze a costruire qualcosa per le persone care, un anno su cui poter sfruttare il tempo per le cose in cui credo, per le cose che per me hanno un senso… è un desiderio ma anche un bisogno.

Non credo che la vita sia inseguire uno stato di felicità eterno, credo che sia un percorso di sali e scendi ma sempre mirato in direzione della salita, credo che la serenità sia un buon compromesso per affrontarla così come credo che la curiosità sia il veicolo
su cui salire e l’energia il motore che la muove.

Chi mi conosce bene lo sa, il periodo delle feste solitamente non lo vivo con entusiasmo tranne che nei momenti dedicati alla mia famiglia solitamente i miei ricordi sono per lo più malinconici e di momenti noiosi e di rifiuto. Non riesco a non guardare con diffidenza e tutte le esibizioni di gioia e felicità espresse verso il prossimo, specialmente se semisconosciuto, e nello stesso istante proiettare i miei pensieri verso le reali sensazioni che sono celate perchè così vuole la tradizione.

Mi rendo conto che la mia è una sorta di fissa probabilmente smisurata però allo stesso tempo è ciò che proviene dal mio interno più profondo.

Persone che si fanno gli auguri in comitiva e che dopo pochi passi sparlano uno dell’altro, sorrisi regalati dietro a facce imbronciate o sguardi di confronto conditi da riflessi di invidia o giudizio.

Così io cerco come sempre di saltare nell’ombra, di evitare le situazioni imposte, di voltarmi dall’altra parte della faccia chiara della luna bianca
preferendo quella oscura della luna nera ma sincera (semi-cit. FRKNRG).

E così come ogni anno passo, ad assoluta ragione, per quello solitario per quello che rasenta la maleducazione che si pone contro il sistema. Ho rifiutato di partecipare alla cena di lavoro, quando nella raccolta delle adesioni l’organizzatore ha affermato “è una cena nella quale conviene molto di più esser presenti che assenti” e al mio commento “perfetto, motivo in più per non esserci” qualcuno ha riso qualcuno mi ha guardato con spregio.

Ho rifiutato di fare gli auguri, di stringere la mano, di regalare sorrisi a persone che non conosco e che non conoscono me, a gente che viene a lavorare con la 24ore vuota pur di presentarsi con la valigetta.

Mi sono sentito triste in chiesa, durante gli incontri dedicati al percorso di catechismo di mio figlio, quando ho visto per la messa della vigilia persone, genitori, che non si sono mai presentati negli altri appuntamenti atteggiarsi da pilastri della comunità per poi riunirsi a branco a stilare la classifica dei genitori più eleganti e facoltosi.

Ho sentito la solitudine delle persone che si presentano in chiesa 3 o 4 volte all’anno e che per il restante tempo imprecano contro religioni e destino a cui attribuiscono solo i lati dei loro fallimenti.

Ho sentito silenzio e vuoto durante i canti in quelle persone che ridevano commentando chissà quale piccolo dettaglio invece di ascoltare i suoni e magari anche se stessi.

Ho sentito sconforto nell’immaginare quanti di qui bambini che in quel momento erano concentrati ed attenti, domani saranno come gli adulti che siamo noi oggi.

A Natale non è stato diverso, ho pensato a quanti regali sono stati fatti perchè lo richiede la tradizione, a quanti beni superflui riempiranno i nostri armadi
e bidoni delle immondizie nel corso del nuovo anno che si preparava ad arrivare.

Ho pensato agli adulti che ritengono infantile far credere ai loro figli a Babbo Natale ma non ritengono altrettanto stupido quanto descritto sopra.

Ho pensato ai bambini che fortunatamente se ne fregano di tutto quanto accade attorno a loro e giocano felici tutti assieme, senza giudizi, senza gare ne classifiche
e così ho ritrovato un pò di buon umore.

Lo so che il Natale porta con se anche molte cose buone, ma io ogni anno mi imbatto in pensieri come questi, questa è la mia storia, questi sono i miei natali e capodanno e ormai ne sono abbastanza abituato che anche il senso di malinconia è praticamente un sottofondo nemmeno sgradevole.

IN tutto questo peraltro trovo la forza per credere in quello che penso, in quello che faccio e per cercare nei restanti giorni dell’anno di essere coerente con me
stesso, con quelle sensazioni che mi rattristano per cercare di non fare ciò che critico negli altri, cambiando unicamente i contesti…

non so se ci riesco, ma infondo, per quel che mi riguarda ogni piccolo traguardo in questo senso è raggiunto soltanto grazie a questo periodo, che ciclicamente
si ripete di anno in anno… e forse porta con se uno dei traguardi più importanti per quel me stesso che immagina di guardarsi allo specchio tra tanti anni e di avere
qualche storia da raccontare a chi la vorrà ascoltare.

delle vite degli altri

Mentre passeggiavo per strada qualche giorno fa mi è capitato di provare ad immedesimarmi per un attimo nelle loro vite.
Ovviamente è un volo pindarico perchè io di quelle vite non so proprio niente, però è stato come se osservando cercassi di percepire le sensazioni, probabilmente di disegnare le mie proiezioni delle stesse, per un attimo ho sentito che:

c’è un vuoto dentro ad una persona anziana che passa le sue giornate in totale routine, che al mattino presto esce per fare un pò di spesa, probabilmente lo fa ogni mattina perchè è il solo modo che ha per incontrare altre persone, che ogni tanto vede e sente al teleono qualche amico o parente se gli sono rimasti, ma che per il resto del tempo ripete
le stesse cose ogni giorno.

Probabilmente questo vuoto viene colmato un pò dai ricordi, un pò dalla televisione e il resto dall’età, dagli acciacchi dovuti all’incedere del tempo e alla stanchezza di un corpo che inizia a diventare complicato da gestire.
Mi sono immaginato questo tipo di situazione per diverse persone anziane che ho incrociato, ma la sensazione che ho è che senza un obiettivo da inseguire la vita diventi un trascinamento molto lento.

E così ho pensato al mio futuro, a quando questo potrebbe impattare con quello descritto e alla speranza che ho di avere sempre sogni, desideri ed obiettivi… anche se dovessero essere utopistici ma almeno trascorrere ogni giorno con l’ambizione di
poter sempre imparare o scopire qualcosa che non sapevo il giorno prima.

c’è un vuoto ancora più grande, probabilmente in quel ragazzo straniero, non so definire l’etnia che passeggia sul marciapiede e con lo sguardo incrocia quel gruppo di ragazzi che lo guardano con disprezzo.

E’ così facile pensare che sia uno che non ha voglia di far niente lavora che vive sulle spalle degli altri… per carità magari è anche così, ma nella stessa percentuale potrebbe
essere l’esatto opposto… ovvero quei ragazzi, che vestono firmati perchè comprano i vestiti con i soldi dei genitori, magari anche rubandoglieli dal portafoglio, che al mattino vanno a scuola e poi dal pomeriggio alla sera passano la loro giornata in qualche bar a parlare degli stessi discorsi, a ridere delle stesse cose, ad ubriacarsi per la solita festa
in cui è più figo chi fa la cazzata più grossa.

E allora mi sono chiesto che differenza c’è?? quei ragazzi forse sono gli stessi vecchietti del vuoto citato in precedenza?
forse è la normale evoluzione delle cose?? chi ha coltivato vuoto nella vita lo raccoglie poi alla fine???

perchè se così fosse allora quel velo di tristezza che provavo nella prima descrizione ora diventa un velo di soddisfazione quasi di giustizia… eppure, in ogni caso, passato questo istante la tristezza riappare perchè ad ogni modo che vita è?? e perchè se magari quel vuoto fosse creato dalla stanchezza di combattere gli eventi della vita?

E se ripenso al ragazzo che magari non ha la famiglia con se, che è scappato da una vita che gli poneva davanti quello stesso vuoto? quello dei ragazzi e quello dei vecchietti di prima?? che passeggiando per strada vede in altra forma lo stesso vuoto che vedeva nel suo paese? appare più bello, probabilmente, ma se ti avvicini, se lo sfiori, se lo tocchi ti rendi conto che di fatto ha solo un altra forma..

E poi, come ultimo incontro della mia passeggiata, incrocio una ragazza non vedente.. e penso che quei ragazzi sosterebbero facilmente la tesi che lei è fortunata perchè non vede tutta la merda che abbiamo intorno, non vedo lo schifo di questa società
non vede le ingiustizie e può immaginare e vedere con gli occhi della mente tutto ciò che vuole…

sì, forse sì, forse c’è del vero in tutto questo però magari il ragazzo solitario potrebbe dire che non vede i colori, non vede i paesaggi, non vede nemmeno la bellezza, può immaginare tutto ma non saprà mai ciò che potrebbe vedere. Ad ogni modo ci sarà sempre una mancanza nella sua vita.

E così senza trovare un filo conduttore mi accorgo che c’è del vero in tutto questo, ma allo stesso tempo, dentro quel vero c’è anche del falso.

E così senza trovare un filo conduttore mi dico che oltre alla nostra vita, oltre alla vita degli altri, nel mondo ci sono ancora un numero inquantificabile di vite, quelle che noi addossiamo agli altri… tutte diverse, tutte astratte ma tutte che, vere o false,
popolano il mondo che viviamo.

Ah, ultima cosa, io quella passeggiata non l’ho mai fatta… quegli anziani, il ragazzo solo, quei ragazzi e la ragazza non li ho mai visti ma da adesso, magari solo per qualche istante, loro esistono.. nella mia vita e anche nella vostra.

di Rami in controluce

In questo periodo dell’anno capita spesso che quando finisco di lavorare nel tragitto verso casa il mio sguardo venga catturato, forse sarebbe meglio dire rapito, dall’immagine in controluce dei rami spogli degli alberi che hanno sullo sfondo
paesaggi con cieli dai colori impressionanti.

Non so dirvi come mai ma la vista della sagoma della struttura dei rami neri perchè visti in silhouette rispetto al colore ancora abbastanza luminoso del cielo, mentre tutto attorno è solo penombra mi ha sempre emozionato.

Questi frattali naturali, così perfetti nel loro chaos geometrico, nella loro irripetibilità
Questo contrasto di ombre e luce, questo nero così freddo e vuoto e questo sfondo dai colori così profondi..

Quella sensazione di vita e morte, di odio e amore, di passione e freddezza che queste viste mi provocano rallentano la mia percezione del tempo.

E’ come se in quei momenti nonostante la mia vita scorre scandita sempre da minuti e secondi, una parte di me si trovasse in un altra dimensione in cui il tempo non è più così importante, in cui non ci sono suoni e rumori in cui non c’è nulla se non che qualche strana forma di emozione

e così, in questo periodo dell’anno quando il freddo si fa sentire e la voglia di uscire magari viene meno, queste  immagini mi regalano sempre una strana sensazione di libertà.

Citando Pirandello

“tutto quello che avrei da dire sulla giornata di oggi è stato detto qui…”

Le sorprese della scienza

Avevo ben capito che l’amico Tucci, nell’invitarmi con quelle sue calorose e pressanti lettere a passare l’estate a Milocca, in fondo non desiderava tanto di procurare un piacere a me, quanto a se stesso il gusto di farmi restare a bocca aperta mostrandomi ciò che aveva saputo fare, con molto coraggio, in tanti anni d’infaticabile operosità.

Aveva preso a suo rischio e ventura certi terreni paludosi che ammorbavano quel paese, e ne aveva fatto i campi piú ubertosi di tutto il circondario: un paradiso!

Non mi faceva grazia nelle sue lettere di nessuno dei tanti palpiti che quella bonifica gli era costata e di nessuno dei tanti mezzi escogitati, dei tanti guai che gli erano diluviati, di nessuna delle tante lotte sostenute, lui solo contro Milocca tutta: lotte rusticane e lotte civili.

Per invogliarmi forse maggiormente, nell’ultima lettera mi diceva tra l’altro che aveva preso in moglie una saggia massaja, massaja in tutto: otto figliuoli in otto anni di matrimonio (due a un parto), e un nono per via; che aveva anche la suocera in casa, bravissima donna che gli voler a un mondo di bene, e anche il suocero in casa, perla d’uomo, dotto latinista e mio sviscerato ammiratore. Sicuro. Perché la mia fama di scrittore era volata fino a Milocca, dacché in un giornale s’era letto non so che articolo che parlava di me e d’un mio libro, dove c era un uomo che moriva due volte. Leggendo quell’articolo di giornale, l’amico Tucci s’era ricordato d’un tratto che noi era, amo stati compagni di scuola tant’anni, al Liceo e all’Università, e aveva parlato entusiastica mente del mio straordinario ingegno a suo suocero, il quale subito s’era fatto venire il libro di cui quel giornale parlava.

Ebbene, confesso che proprio quest’ultima notizia fu quella che mi vinse. Non càpita facilmente agli scrittori italiani la fortuna di veder la faccia dabbene d’uno dei tre o quattro acquirenti di qualche loro libro benavventurato. Presi il treno e partii per Milocca.

Otto ore buone di ferrovia e cinque di vettura.

Ma piano, con questa vettura! Cent’anni fa, non dico, sarà anche stata non molto vecchia; forse qualche molla, cent’anni fa, doveva averla ancora, anche se tre o quattro razzi delle ruote davanti e cinque o sei di quelle di dietro erano di già attorti di spago così come si vedevano adesso. Cuscini, non ne parliamo! Là, su la tavola nuda; e bisognava sedere in punta in punta, per cansare il rischio che la carne rimanesse presa in qualche fessura, giacché il legno, correndo, sganasciava tutto. Ma piano, con questo correre! Doveva dirlo la bestia. E quella bestia lì non diceva nulla: salutava perfino col muso a camminare. Sì, centomila volle sì, scambio dei piedi, voleva metterci le froge per terra, come ce le metteva, povera decrepita rozza, tanto gli zoccoli sferrati le facevano male. E quel boja di vetturino intanto aveva il coraggio di dire che bisognava saperla guidare, lasciarla andare col suo verso, perché ombrava, ombrava e, a frustarla, ritta gli si levava come una lepre, certe volte quella bestiaccia lì.

E che strada! Non posso dire d’averla proprio veduta bene tutta quanta perché in certi precipizi ridi piuttosto la morte con gli occhi. Ma c erano poi le peltate che me la lasciavano ammirare per tutta un’eternità, tra i cigolii del legno e il soffiai di quella rozza sfiancata, che accorava. Da quanti mai secoli non era stata piú riattata quella strada?

– Il pan delle vetture è il brecciale, – mi spiegò il vetturino. – Se lo mangiano con le ruote. Quando manchi il brecciale, si mangiano la strada.

E se l’erano mangiata bene oh, quella strada! Certi solchi che, a infilarli, non dico, ci s’andava meglio che in un binario, da non muoversene piú però, badiamo! ma, a cascarci dentro per uno spaglio della bestia, si ribaltava com’è vero Dio ed era grazia cavarne sano l’osso del collo

– Ma perché le lasciano così senza pane le vetture a Milocca? – domandai.

– Perché? Perché c’è il progetto, – mi rispose il vetturino.

– Il…?

– Progetto, sissignore. Anzi, tanti progetti, ci sono. C’è chi vuoi portare la via ferrata fino a Milocca, e chi dice il tram e chi l’automobile. Insomma si studia, ecco, per poi riparare come faccia meglio al caso.

– E intanto?

– Intanto io mi privo di comperare un altro legno e un’altra bestia, perché, capirà, se mettono il treno o il tram o l’automobile, posso fischiare.

Arrivai a Milocca a sera chiusa.

Non vidi nulla, perché secondo il calendario doveva esserci la luna, quella sera; la luna non c’era; i lampioni a petrolio non erano stati accesi; e dunque non ci si vedeva neanche a tirar moccoli.

Villa Tucci era a circa mezz’ora dal paese. Ma, o che la rozza veramente non ne potesse piú o che avesse fiutato la rimessa lì vicina, come diceva sacrando il vetturino, il fatto è che non volle piú andare avanti nemmeno d’un passo.

E non seppi darle torto, io.

Dopo cinque ore di compagnia, m’ero quasi quasi medesimato con quella bestia: non avrei voluto piú andare avanti, neanch’io.

Pensavo:

« Chi sa, dopo tant’anni, come ritroverò Merigo Tucci! Già me lo ricordo così in nebbia. Chi sa come si sarà abbrutito a furia di batter la testa contro le dure, stupide realtà quotidiane d’una meschina vita provinciale! Da compagno di scuola, egli mi ammirava; ma ora vuoi essere ammirato lui da me, perché, – buttati via i libri – s’è arricchito; mentr’io, là! potrò farmi giulebbare dal suocero dotto latinista, il quale, figuriamoci! mi farà scontare a sudore di sangue le tre lirette spese per il mio libro. E otto marmocchi poi, e la suocera, Dio immortale, e la nuora buona massaja. E questo paese che Tucci mi ha decantato ricchissimo e che intanto si fa trovare al bujo, dopo quella stradaccia lì e questo legnetto qua per accogliere gli ospiti. Dove son venuto a cacciarmi? »

Mentre mi pascevo comodamente di queste dolci riflessioni, la rozza, piantata lì su i quattro stinchi, si pasceva a sua volta d’una tempesta di frustate, imperturbabilmente. Alla fine il vetturino, stanco morto di quella sua gran fatica, disperato e furibondo, mi propose di andare a piedi.

– È qui vicino. La valigia gliela porto io.

– E andiamo, su! Sgranchiremo le gambe, – dissi io, smontando. – Ma la via è buona, almeno? Con questo bujo…

Lei non tema. Andrò io avanti; lei mi terrà dietro, piano piano, con giudizio.

Fortuna ch’era bujo! Quel ch’occhio non vede, cuore non crede. Quando però il giorno dopo vidi quell’altra strada lì restai basito, non tanto perché c’ero passato, quanto per il pensiero che se Dio misericordioso aveva permesso che non ci lasciassi la pelle, chi sa a quali terribili prove vuoi dire che m’ha predestinato.

Fu così forte l’impressione che mi fece quella strada e poi l’aspetto di quel paese – squallido, nudo in desolato abbandono, come dopo un saccheggio o un orrendo cataclisma; senza vie, senz’acqua, senza luce – che la villa dell’amico mio e l’accoglienza ch’egli mi fece con tutti i suoi e l’ammirazione del suocero e via dicendo mi parvero rose, a confronto.

– Ma come! – dissi al Tucci. – Questo è il paese ricco e felice, tra i piú ricchi e felici del mondo?

E Tucci, socchiudendo gli occhi:

– Questo. E te ne accorgerai.

Mi venne di prenderlo a schiaffi. Perché non s’era mica incretinito quel pezzo d’omaccione là; pareva anzi che l’ingegno naturale, con l’alacrità e l’esperienza della vita, nelle dure lotte contro la terra e gli uomini, gli si fosse ingagliardito e acceso; e gli sfolgorava dagli occhi ridenti, da cui io, sciupato e immalinconito dalle vane brighe della città, roso dalle artificiose assidue cure ìntellettuali, mi sentivo commiserato e deriso a un tempo.

Ma se, ad onta delle mie previsioni, dovevo riconoscer lui, Merigo Tucci, degno veramente d’ammirazione, quel paesettaccio no e poi no, perdio! Ricco? felice?

– Mi canzoni? – gli gridai. – Non avete neanche acqua per bere e per lavarvi la faccia, case da abitare, strade per camminare, luce la sera per vedere dove andate a rompervi il collo, e siete ricchi e felici? Va’ là, ho capito, sai. La solita retorica! La ricchezza e la felicità nella beata ignoranza, è vero? Vuoi dirmi questo?

– No, al contrario, – mi rispose Merigo Tucci, con un sorriso, opponendo studiatamente alla mia stizza altrettanta calma. – Nella scienza, caro mio! La felicità nostra è fondata nella scienza piú occhialuta che abbia mai soccorso la povera, industre umanità. Oh sì, staremmo freschi veramente se fossero ignoranti i nostri amministratori! Tu m insegni. Che salvaguardia può esser piú l’ignoranza in tempi come i nostri? Promettimi che non mi domanderai piú nulla fino a questa sera. Ti farò assistere a una seduta del nostro Consiglio comunale. Appunto questa sera si discuterà una questione di capitalissima importanza: l’illuminazione del paese. Tu avrai dalle cose stesse che vedrai e sentirai la dimostrazione piú chiara e piú convincente di quanto ti ho detto. Intanto, la ricchezza nostra è nelle meravigliose cascate di Chiarenza che ti farò vedere, e nelle terre che sono, grazie a Dio, così fertili, che ci dan tre raccolti all’anno. Ora vedrai; vieni con me.

Passò tutto; mi sobbarcai a tutto; mi sorbii come decottini a digiuno tutti gli spassi e le distrazioni della giornata, col pensiero fisso alla dimostrazione che dovevo avere quella sera al Municipio della ricchezza e della felicità di Milocca.

Tucci, ad esempio, mi fece visitare palmo per palmo i suoi campi? Gli sorrisi. Mi fece una nuova e piú diffusa spiegazione della sua grande impresa lì su i luoghi? Gli sorrisi. E davvero l’impeto delle correnti aveva sgrottato tutte le terre e a lui era toccato asciugare e rialzar le campagne, corredandole della belletta, del grassume prezioso? Sì? davvero? Oh che piacere! Gli sorrisi. Ma far la roba è niente: a governarla ti voglio! E dunque gli ulivi si governano ogni tre anni con tre o quattro corbelli di sugo sostanzioso, pecorino? Sì? davvero? Oh che piacere! E gli sorrisi anche quando in cantina, con un’aria da Carlomagno, mi mostrò quattro lunghe andane di botti, e anche lì mi spiegò come valga piú saper governare il tino che la botte e com’egli facesse piú colorito il vino e come gli accrescesse forza e corpo mescolandovi certe qualità d’uve scelte, spicciolate, ammostate da sè, senza mai erbe, mai foglie di sambuco o di tiglio, mai tannino o gesso o catrarne.

E sorrisi anche quando, piú morto che vivo, rientrai in villa e mi vidi venire incontro la tribú dei marmocchi in processione, i quali, mostrandomi rotti i giocattoli che avevo loro donati la sera avanti, mi domandavano con un lungo, strascicato lamento, uno dopo l’altro, tra lagrime senza fine:

– Peeerché queeesto m’hai portaaato?

– Peeerché queeesto m’hai portaaato?

Carini! carini! carini!

E sorrisi anche al suocero, mio ammiratore, il quale – sissignori – era cieco, cieco da circa dieci anni e del mio libro non conosceva che qualche paginetta che il genero gli aveva potuto leggere di sera, dopo cena. Voleva egli ora che glielo leggessi io, il mio libro? Ma subito! E fu una vera fortuna per lui, che non potesse vedere il mio sorriso, e tutti quelli che gli porsi poi, ogni qualvolta il brav’uomo, ch’era straordinariamente erudito, m’interrompeva nella lettura (oh, quasi a ogni rigo!) per domandarmi con buona grazia se non credessi per avventura che avrei fatto meglio a usare un’altra parola invece di quella che avevo usata, o un’altra frase, o un altro costrutto, perché Daniello Bartoli, sicuro, Daniello Bartoli…

Finalmente arrivò la sera! Ero vivo ancora, non avrei saputo dir come, ma vivo, e potevo avere la famosa dimostrazione che Tucci mi aveva promesso.

Andammo insieme al Municipio, per la seduta del Consiglio comunale.

Era, come la maestra e donna di tutte le case del paese, la piú squallida e la piú scura: una catapecchia grave in uno spiazzo sterposo, con in mezzo un fosco cisternone abbandonato Vi si saliva per una scalaccia buja, intanfata d’umido, stenebrata a malapena da due tisici lumini filanti, di quelli con le spere di latta, appiccati al muro quasi per far vedere come ornati di stucco, no, per dir la verità, non ce ne fossero, ma gromme di muffa, si e tante!

Saliva con noi una moltitudine di gente, attirata dalla discussione di gran momento che doveva svolgersi quella sera: salii a con un contegno, anzi con un cipiglio che doveva per forza meravigliare uno come me, abituato a non veder mai prendere sul serio le sedute d’un Consiglio comunale.

La meraviglia mi era poi accresciuta, dall’aria, dall’aspetto di quella gente, che non mi pareva affatto così sciocca da doversi con tanta facilità contentare d’esser trattata com’era, cioè a modo di cani, dal Municipio.

Tucci fermò per la scala un tozzo omacciotto aggrondato, barbuto, rossigno, che, evidentemente, non voleva esser distratto dai pensieri che lo gonfiavano.

– Zagardi, ti presento l’amico mio…

E disse il mio nome. Quegli si voltò di mala grazia e rispose appena, con un grugnito, alla presentazione. Poi mi domandò a bruciapelo.

– Scusi, com’è illuminata la sua città? – A luce elettrica, – risposi.

E lui, cupo:

– La compiango. Sentirà stasera. Scusi, ho fretta.

E via, a balzi, per il resto della scala.

– Sentirai, – mi ripeté Tucci, stringendomi il braccio. – È formidabile! Eloquenza mordace, irruente. Sentirai!

– – E intanto ha il coraggio di compiangermi?

– Avrà le sue ragioni. Su, su, affrettiamoci, o non troveremo piú posto.

La mastra sala, la Sala del Consiglio, rischiarata da altri lumini a cui quelli della scala avevano ben poco da invidiare, pareva un aula di pretura delle piú sudice e polverose I banchi dei consiglieri e le poltrone di cuojo erano della più venerabile antichità; ma, a considerarli bene nelle loro relazioni con quelli che tra poco avrebbero preso posto in essi e che ora passeggiavano per la sala, assorti, taciturni, ispidi come tanti cocomerelli selvatici pronti a schizzare a un minimo urto il loro sugo purgativo, pareva che non per gli anni si fossero logorati così, ma per la cura cupamente austera del pubblico bene, per i pensieri roditori che in loro, naturalmente, erano divenuti tarli.

Tucci mi mostrò e mi nominò a dito i consiglieri piú autorevoli: l’Ansatti tra i giovani, rivale dello Zagardi, tozzo e barbuto anche lui, ma bruno; il Colacci, vecchio gigantesco, calvo, sbarbato, dalla pinguedine floscia; il Maganza, bell’uomo, militarmente impostato, che guardava tutti con rigidezza sdegnosa. Ma ecco, ecco il sindaco in ritardo. Quello? Sì, Anselmo Placci. Tondo, biondo, rubicondo: quel sindaco stonava.

– Non stona, vedrai, – mi disse Tucci. – È il sindaco che ci vuole.

Nessuno lo salutava; solo il Colacci gigantesco gli si accostò per battergli forte la mano su la spalla. Egli sorrise, corse a prender posto sul suo seggio, asciugandosi il sudore, e sonò il campanello, mentre il capo – usciere gli porgeva la nota dei consiglieri presenti. Non mancava nessuno.

Il segretario, senza aspettar l’ordine, aveva preso a leggere il verbale della seduta precedente, che doveva essere redatto con la piú scrupolosa diligenza, perché i consiglieri che lo ascoltavano accigliati approvavano di tratto in tratto col capo, e in fine non trovarono nulla da ridire.

Prestai ascolto anch’io a quel verbale, volgendomi ogni tanto, smarrito e sgomento, a guardare l’amico Tucci. A proposito delle strade di Milocca, si parlava come niente di Londra, di Parigi, di Berlino, di New York, di Chicago, in quel verbale, e saltavan fuori nomi d’illustri scienziati d’ogni nazione e calcoli complicatissimi e astrusissime disquisizioni, per cui i capelli del magro, pallido segretario mi pareva si ritraessero verso la nuca, man mano ch’egli leggeva, e che la fronte gli crescesse mostruosamente. Intanto due o tre uscieri, zitti zitti, in punta di piedi, recavano a questo e a quel banco pile enormi di libri e grossi incartamenti.

– Nessuno ha da fare osservazioni al verbale? – domandò alla fine il sindaco. stropicciandosi le mani paffutelle e guardando in giro. – Allora s’intende approvato. L’ordine del giorno reca: – Discussione del progetto presentato dalla Giunta per un impianto idro–termo–elettrico nel Comune di Milocca. – Signori Consiglieri! Voi conoscete già questo progetto e avete avuto tutto il tempo d’esaminarlo e di studiarlo in ogni sua parte. Prima di aprire la discussione, consentite che io, anche a nome dei colleghi della Giunta, dichiari che noi abbiamo fatto di tutto per risolvere nel minor tempo e nel modo che ci è sembrato piú conveniente, sia per il decoro e per il vantaggio del paese, sia rispetto alle condizioni economiche del nostro Comune, il gravissimo problema dell’illuminazione. Aspettiamo dunque fiduciosi e sereni il vostro giudizio, che sarà equo certamente; e vi promettiamo fin d’ora, che accoglieremo ben volentieri tutti quei consigli, tutte quelle modificazioni che a voi piacerà di proporre, ispirandovi come noi al bene e alla prosperità del nostro paese.

Nessun segno d’approvazione.

E si levò prima a parlare il consigliere Maganza, quello dall’impastatura militaresca. Premise che sarebbe stato brevissimo, al solito suo. Tanto piú che per distruggere e atterrare quel fantastico edificio di cartapesta (sic), ch’era il progetto della Giunta, poche parole sarebbero bastate. Poche parole e qualche cifra.

E punto per punto il consigliere Maganza si mise a criticare il progetto, con straordinaria lucidità d’idee e parola acuta, incisiva: il complesso dei lavori e delle spese; la sanzione che si doveva dare per l’acquisto della concessione dell’acqua di Chiarenza; i rischi gravissimi a cui sarebbe andato incontro il Municipio: il rischio della costruzione e il rischio dell’esercizio; l’insufficienza della somma preventivata, che saltava agli occhi di tutti coloro che avevano fatto impianti meccanici e sapevano come fosse impossibile contener le spese nei limiti dei preventivi, specialmente quando questi preventivi erano fatti sopra progetti di massima e con l’evidente proposito di fare apparir piccola la spesa; il carattere impegnativo che aveva l’offerta dell’accollatario, fermi restando i dati su i quali l’offerta medesima era fondata; dati che per forza il Consiglio avrebbe dovuto alterare con varianti e aggiunte ai lavori idraulici, con varianti e aggiunte Gl’impianti meccanici; e ciò oltre a tutti i casi imprevisti e imprevedibili, di forza maggiore, e a tutte le accidentalità, incagli, intoppi, che certamente non sarebbero mancati. Come poi fare appunti particolareggiati senza avere a disposizione i disegni d’esecuzione e i dati necessari? Eppure due enormi lacune apparivano già evidentissime nel progetto: nessuna somma per le spese generali, mentre ognuno comprendeva che non si potevano eseguire lavori così grandiosi, così estesi, così varii e delicati, senza gravi spese di direzione e di sorveglianza e spese legali e amministrative; e l’altra lacuna ben piú vasta e profonda: la riserva termica che in principio la Giunta sosteneva non necessaria e che poi finalmente ammetteva.

E qui il consigliere Maganza, con l’ajuto dei libri che gli avevano recati gli uscieri, si sprofondò in una intricatissima, minuziosa confutazione scientifica, parlando della forza dei torrenti e delle cascate e di prese e di canali e di condotte forzate e di macchinarii e di condotte elettriche e delle relazioni da stabilire tra riserva termica e forza idraulica, oltre la riserva degli accumulatori; citando la Società Edison di Milano e l’Alta Italia di Torino e ciò che per simili impianti s’era fatto a Vienna, a Pietroburgo, a Berlino.

Eran passate circa due ore e il brevissimo discorso non accennava ancora di finire. Il pubblico stipato pendeva dalle labbra dell’oratore, per nulla oppresso da tanta copia d’irta, spaventevole erudizione. Io quasi non tiravo piú fiato; eppure lo stupore mi teneva lì, con gli occhi sbarrati e a bocca aperta. Ma alla fine, il Maganza, mentre il pubblico s’agitava, non già per sollievo, anzi per viva ammirazione, concluse così:

– La dura esperienza in altre città, o signori, ha purtroppo dimostrato che gl’impianti idro–termo–elettrici cono della massima difficoltà e serbano dolorosissime sorprese. Nessuno può far miracoli, e tanto meno, su la base d’un così fatto progetto, potrà farne il Municipio di Milocca!

Scoppiarono frenetici applausi e il consigliere Ansatti si precipitò dal suo banco ad abbracciare e baciare il Maganza; poi, rivolto al pubblico e ritornando man mano al suo posto, prese a gridare tutto infocato, con violenti gesti:

– Si osa proporre, o signori, oggi, oggi, come se noi ci trovassimo dieci o venti anni addietro, al tempo di Galileo Ferraris, si osa proporre un impianto idro–termoelettrico a Milocca! Ah come mi metterei a ridere, se potesse parermi uno scherzo! Ma coi denari dei contribuenti, o signori della Giunta, non è lecito scherzare, ed io non rido, io m’infiammo anzi di sdegno! Un impianto idro–termo–elettrico a Milocca, quando già spunta su l’orizzonte scientifico la gloria consacrata di Pictet? Non vi farò il torto di credere, o signori, che voi ignoriate chi sia l’illustre professor Pictet, colui che con un processo di produzione economica dell’ossigeno industriale prepara una memoranda rivoluzione nel mondo della scienza, della tecnica e dell’industria, una rivoluzione che sconvolgerà tutto il macchinismo della vita moderna, sostituendo questo nuovo elemento di luce e di calore a tutti quelli, di potenza molto minore, che finora sono in uso!

E con questo tono e con crescente fuoco, il consigliere Ansatti spiegò al pubblico attonito e affascinato la scoperta del Pictet, e come col sistema da lui inventato le fiamme delle reticelle Auer sarebbero arrivate alle altissime temperature di tremila gradi, aumentando di ben venti volte la loro luminosità; e come la luce così ottenuta sarebbe stata, a differenza di tutte le altre, molto simile a quella solare; e che se poi, al posto del gas, si fosse messa un’altra miscela derivante da un trattamento del carbon fossile col vapore acqueo e l’ossigeno industriale, il potere calorifico sarebbe aumentato di altre sei volte!

Mentr’egli spiegava questi prodigi, il consigliere Zagardi, suo rivale, quello che mi aveva compianto per la scala, sogghignava sotto sotto. L’Ansatti se ne accorse e gli gridò:

– C’è poco da sogghignare, collega Zagardi! Dico e sostengo di altre sei volte! Ci ho qui i libri; te lo dimostrerò!

E glielo dimostrò, difatti; e alla fine, balzando da quella terribile dimostrazione piú vivo e piú infocato di prima, concluse, rivolto alla Giunta:

– Ora in quali condizioni, o ciechi amministratori, in quali condizioni d’inferiorità si troverebbero il Municipio e il paese di Milocca, coi loro miserabili 1000 cavalli di forza elettrica, quando questo enorme rivolgimento sarà nell’industria e nella vita un fatto compiuto?

– Scusami, – diss’io piano all’amico Tucci, mentre gli applausi scrosciavano nella sala con tale impeto che il tetto pareva ne dovesse subissare, – levami un dubbio: non è intanto al bujo il paese di Milocca?

Ma Tucci non volle rispondermi:

Zitto! Zitto! Ecco che parla Zagardi! Sta’ a sentire!

Il tozzo omacciotto barbuto s’era infatti levato, col sogghigno ancora su le labbra, torcendosi sul mento, con gesto dispettoso, il rosso pelo ricciuto.

– Ho sogghignato, – disse, – e sogghigno, collega Ansatti, nel vederti così tutto fiammante d’ossigeno industriale, paladino caloroso del professor Pictet! Ho sogghignato e sogghigno collega Ansatti non tanto di sdegno quanto di dolore nel vedere come tu, così accorto, tu, giovane e vigile bracco della scienza, ti sia fermato alla nuova scoperta di quel professor francese e, abbagliato dalla luce venti volte cresciuta delle reticelle Auer, non abbia veduto un piú recente sistema d’illuminazione che il Municipio di Parigi va sperimentando per farne poi l’applicazione generale nella ville lumière. Io dico il Lusol, collega Ansatti, e non scioglierò inni in gloria della nuova scoperta, perché non con gl’inni si fanno le rivoluzioni nel campo della scienza, della tecnica e dell’industria, ma con calcoli riposati e rigorosi.

E qui lo Zagardi, non smettendo mai di tormentarsi sul mento la barbetta rossigna, piano piano, col suo fare mordace e dispettoso, parlò della semplicità meravigliosa delle lampade a lusol, nelle quali il calore di combustione dello stoppino e la capillarità bastavano a determinare senz’alcun meccanismo l’ascesa del liquido illuminante, la sua vaporizzazione e la sua mescolanza alla forte proporzione d’aria che rendeva la fiamma piú viva e sfavillante di quella ottenuta con qualunque altro sistema. E per un miserabilissimo centesimo si sarebbe ormai avuta la stessa luce che si aveva a quattro o cinque centesimi col vile petrolio, a otto o dieci con l’ambiziosa elettricità, a quindici o venti col pacifico olio. E il Lusol non richiedeva né costruzioni di officine, né impianti, né canalizzazioni. Non aveva egli dunque ragione di sogghignare?

O fosse per la tempesta suscitata nella poca aria della sala dalle deliranti acclamazioni e dai battimani del pubblico, o fosse per mancanza d’alimento, essendosi la seduta già protratta oltre ogni previsione, il fatto è che, alla fine del discorso dello Zagardi, i lumi si abbassarono di tanto, che si era quasi al bujo quando sorse per ultimo a parlare il Colacci, il vecchio gigantesco dalla pinguedine floscia. Ma ecco: prima un usciere e poi un altro e poi un terzo entrarono come fantasmi nell’aula, reggendo ciascuno una candela stearica. L’aspettazione nel pubblico era intensa: indimenticabile la scena che offriva quella tetra sala affollata nella semioscurità, con quelle tre candele accese presso il vecchio gigantesco che con ampli gesti e voce tonante mellificava la Scienza, feconda madre di luce inestinguibile, produttrice inesauribile di sempre nuove energie e di piú splendida vita.

Dopo le scoperte mirabili di cui avevano parlato l’Ansatti e lo Zagardi, era piú possibile sostenere l’impianto idro–termo–elettrico proposto dalla Giunta? Che figura avrebbe fatto il paese di Milocca illuminato soltanto a luce elettrica? Questo era il tempo delle grandi scoperte, e ogni amministrazione che avesse veramente a cuore il decoro del paese e il bene dei cittadini, doveva stare in guardia dalle sorprese continue della Scienza. Il consigliere Colacci, pertanto, sicuro d’interpretare i voti del buon popolo milocchese e di tutti i colleghi consiglieri, proponeva la sospensiva sul progetto della Giunta, in vista dei nuovi studi e delle nuove scoperte che avrebbero finalmente dato la luce al paese di Milocca.

– Hai capito? – mi domandò Tucci, uscendo poco dopo nelle tenebre dello spiazzo sterposo innanzi al Municipio. – E così per l’acqua, e così per le strade, e così per tutto. Da una ventina d’anni il Colacci si alza a ogni fine di seduta per inneggiare alla Scienza, per inneggiare alla luce, mentre i lumi si spengono, e propone la sospensiva su ogni progetto, in vista di nuovi studii e di nuove scoperte. Così noi siamo salvi, amico mio! Tu puoi star sicuro che la Scienza, a Milocca, non entrerà mai. Hai una scatola di fiammiferi? Cavala fuori e fatti lume da te.

 

Luigi Pirandello – tratto da La Mosca-

 

 

A modo mio -Live and behind the scenes-

Qualche sera fa ero al concerto di Ligabue a Trieste.
Ad un certo punto durante il concerto Ligabue ha cantato la canzone “A modo tuo” che
aveva scritto lui stesso per Elisa.

Non era la prima volta che sentivo la canzone, anche se solitamente avevo ascoltato quella cantata da Elisa, però questa volta mi è rimasta dentro come non mai.

Ho ascoltato bene le parole ed ho ascoltato l’intensità con cui la cantava, le variazioni di
tono legate alle variazioni del contesto.

Dolce e amaro, orgoglio e malinconia, gioia e paura che si mischiano in pochi istanti.

Ho fatto miei quei pensieri, quelle parole e li ho ribaltati sulla proiezione di me stesso padre e di me stesso figlio. Trattenere le lacrime non è mai stata una mia volontà, in passato mi son spesso sollevato dalla responsabilità dell’immagine dell’uomo maschio che non piange e ogni volta che ne sentivo il bisogno ho pianto anche in pubblico senza preoccuparmi dei giudizi degli altri.

Il pianto è la manifestazione di un sentimento, di un emozione non di una debolezza, chi lo pensa secondo me è molto più debole di ciò che vuol far credere, basti pensare che ha paura e si preoccupa anche del giudizio di sconosciuti piuttosto che di ciò che sta provando, ma questo è un altro discorso.

Perchè mi stavano per scendere le lacrime??

Perchè ho ricordato tutte quelle volte, tante, in cui da figlio non ho permesso ai miei genitori di entrare nella mia vita a tutte quelle volte che fingevo di non aver bisogno di loro o a tutte quelle altre in cui pensavo che loro non sarebbero mai stati in grado di aiutarmi.
Pensavo a quelle volte in cui, da figlio, avrei voluto averli accanto per una parola, un gesto anche solo un sorriso e invece loro non c’erano..
Pensavo a quando pensavo che le loro scelte erano mirate ad ostacolarmi e non a sostenermi.
Pensavo a tutte quelle volte in cui mi sono convinto che loro non avrebbero mai potuto capire, capirmi.

Ho pensato che ora avrei tante cose da raccontargli ma da una parte non è più il momento, e dall’altra non c’è più la persona.

Ho pensato a me, oggi, padre. Ho pensato ai miei figli.

“Sarà difficile diventar grande
Prima che lo diventi anche tu”

“Sarà difficile chiederti scusa
Per un mondo che è quel che è”

“Sarà difficile
Dire tanti auguri a te
A ogni compleanno
Vai un po’ più via da me”

“Sarà difficile vederti da dietro
Sulla strada che imboccherai
Tutti i semafori
Tutti i divieti
E le code che eviterai “

“Sarà difficile
Lasciarti al mondo
E tenere un pezzetto per me “

In molte di queste frasi c’è soltanto una possibile proiezione del futuro, del mio futuro da padre però in ognuna di esse c’è tutta la profondità della vita, quella distanza indefinita che separa la gioia più grande dal dolore profondo, che separa il tempo dai ricordi che separa il tuo essere padre dal tuo essere figlio.

Ma che allo stesso tempo unisce lacrime e sorrisi, speranze e ambizioni, passato e futuro.

Forse sarà difficile, alcune volte sarà doloroso ma accettare che tuo figlio viva la vita a modo suo è il miglior modo che conosco per dimostrare tutto ciò può significare un figlio e probabilmente anche quello più completo per sentirmi padre quando magari un giorno
sarò già nonno.

A Modo Tuo – Scritta da Luciano Ligabue per Elisa-

Sarà difficile diventar grande
Prima che lo diventi anche tu
Tu che farai tutte quelle domande
Io fingerò di saperne di più
Sarà difficile
Ma sarà come deve essere
Metterò via i giochi
Proverò a crescere
Sarà difficile chiederti scusa
Per un mondo che è quel che è
Io nel mio piccolo tento qualcosa
Ma cambiarlo è difficile
Sarà difficile
Dire tanti auguri a te
A ogni compleanno
Vai un po’ più via da me
A modo tuo
Andrai, a modo tuo
Camminerai e cadrai, ti alzerai
Sempre a modo tuo
Sarà difficile vederti da dietro
Sulla strada che imboccherai
Tutti i semafori
Tutti i divieti
E le code che eviterai
Sarà difficile
Mentre piano ti allontanerai
A cercar da sola
Quella che sarai
A modo tuo
Andrai, a modo tuo
Camminerai e cadrai, ti alzerai
Sempre a modo tuo
Sarà difficile
Lasciarti al mondo
E tenere un pezzetto per me
E nel bel mezzo del tuo girotondo
Non poterti proteggere
Sarà difficile
Ma sarà fin troppo semplice
Mentre tu ti giri
E continui a ridere
A modo tuo
Andrai, a modo tuo
Camminerai e cadrai, ti alzerai
Sempre a modo tuo

 

Perchè non le ho lasciate scendere, quelle lacrime??

Perchè ho voluto mantenere l’intimità di quella sensazione, in quelle lacrime c’era tutta la mia vita, non solo quella di oggi.

In quelle lacrime c’era tutto la mia storia, e dentro di me in quel posto da cui esse hanno avuto origine ci sono già tutte le persone che sono coinvolte, non c’era spazio per nessun altro in quel momento.

Ho voluto vivermela così, a modo mio!!

 

Viviamo il presente per costruire in esso il nostro futuro