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THIRTEEN REASON WHY

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Ho titolato il post con il titolo originale del libro perchè mi piace molto di più della semplicistica traduzione italiana.
Qualcuno di voi ha letto il libro o visto la serie tv???

Io per il momento ho visto la serie, ci ho messo un pò, volutamente perchè avevo bisogno che la mia mente elaborasse ciò che le varie puntate mi lasciavano… ed è stata davvero tanta roba….

Si, devo dire che la serie mi è piacuta moltissimo.

Il giudizio complessivo è un giudizio emoziale, di testa e di pancia non certo di tecnica e abilità.

Quindi non vorrei soffermarmi a parlare dei dettagli ma di dettagli.

Già perchè anche se apparentemente la storia è la storia di un adolescente in realtà ci sono così tante storie nei dettagli, così tanti pensieri e discussioni che si possono intraprendere che è proprio il tipo di cosa che voglio vedere o leggere nei pochi momenti che posso dedicare al grande schermo (in ogni sua evoluzione tecnologica) o al piccolo parallelepipedo cartaceo. Perchè il tempo è poco e non amo sprecarlo con cose che mi annoiano.

E devo dire che nonostante nella parte centrale secondo me un pò di ritmo è stato perso (ma potrebbe benissimo essere una considerazione deviata più dal mio stato psicofisico che dalla serie in se) poi ogni cosa è tornata al suo posto e un sacco di stimoli per pensieri e riflessioni sono stati forniti.

Io, personalmente mi sono perso a riflettere, su una ragazza che decide di togliersi la vita, su un ragazzo che considera talmente forti i suoi principi morali
da non rendersi conto di quanto gli stessi lo portino ad essere un “diverso” ma sopratutto quanto questi lo tengano lontano da sofferenze comuni,
di svariati ragazzi con svariate tipologie di vite e problemi. In particolare di quanto riusciamo ad alterare la nostra immagine ed i nostri pensieri per adeguarli a quelli che la società richiede o forse meglio dire a quelli che noi stessi pensiamo la società ci richieda.
Ci sono poi le immagini ed i pensieri da fare verso i genitori, della ragazza e quelli degli altri protagonisti. Quelli legati a quello che si può permettere un sistema istituzionale, scolastico, sempre proiettati alle logiche della società che sovrastano quelle della comune umanità.
Ci sono quelli legati ad una persona che probabilmente ne esce come sconfitta e perdente ma che forse è l’unica che si è avvicinata all’accettazione che la vita giusta o la scelta giusta non è quella che spesso ci appare come tale.
Si parla di violenza sessuale, psicologica, bullismo, repressione, isolamento.. si parla di vite di tutti i giorni e di persone di tutti i giorni.

In qualche modo si parla anche di reazioni differenti a sollecitazioni molto simili…. e forse, almeno per me, la chiave di lettura di questa serie sta tutta qua.

Ma magari appena recupero un pò di tempo ne scriverò in modo più approfondito.

 

Prima di scendere nei dettagli del mio viaggio mentale durante la visione, qualuno di voi ha visto la serie o letto il libro??

NetflixTiein

Di vita, varianti e pendoli

Ora io non prendo mai le letture di certi tipi di libri aspettandomi il “Dogma” di vita… di nessun tipo di libro si tratti, però ciò non mi impedisce di imbattermi nella loro lettura e di trarre spunti di riflessione o anche punti fermi della mia visione presente delle cose, perchè poi il futuro può sempre cambiare… siamo esseri dinamici non esistono punti di stabilità anche se non lo vogliamo accettare.

Quindi, anche grazie a questo post che mi ha molto stimolato mi è tornato alla mente un libro che lessi qualche anno fa, di cui vi riporto qui alcuni passi e alcune riflessioni:

L’unico pensiero che mi frullava per la testa era che non avevo nessuna necessità di allestire da solo il mio mondo, dato che tutto era già stato creato da tanto senza la mia partecipazione e per il mio stesso bene; non occorreva nemmeno lottare con il mondo per un posto al sole: è il modo meno efficace. Avevo capito che, praticamente, nessuno mi vietava di scegliere semplicemente per me stesso il tipo di mondo in cui avrei voluto vivere

questo passo l’ho trovato interessante perchè è un approccio a qui, credo, siamo tutti sottoposti… se non ci soffermiamo troppo a ragionarci su (e non lo facciamo) solitamente ognuno di noi crescendo si trova difronte a questa situazione… qualsiasi sia la tua scelta ti guardi attorno e più o meno volutamente cerchi uno specchio che ti assomigli dove pensi potresti adattarti discretamente.. lo trovi e segui il flusso che è richiesto per far si che questo adattamento da ipotetico diventi reale.

Il fatto è che così facendo non scegli il modo in cui vuoi vivere ma scegli quello su cui adattarti.. la differenza è sostanziale…  per scegliere quello in cui vuoi vivere devi guardare davanti a te un foglio bianco e metterci dentro quello che hai visto di buono dagli altri mondi e quello che di buono senti di avere dentro… così disegni il mondo in cui dovresti vivere, ma non ci vivi ancora, l’hai solo disegnato.. è un inizio ma spesso diventa anche la fine… per viverci veramente poi devi prendere in considerazione che quel mondo sarà possibile solo se lo confini in un micro organismo di cui solo tu fai parte, altrimenti devi prendere quel foglio bianco e incollarlo su un altro foglio più grande e ritenerti pronto a considerare che quel mondo sarà formato dal tuo foglio e da altri possibili fogli di altre persone che come te hanno il loro foglio… il mondo in cui vivrai sarà quello che sarà rinchiuso sul foglio più grande e l’unica cosa che potrai scegliere di fare è se/come/quanto permettere agli altri fogli di guardare il tuo e al tuo di guardare i loro… con la consapevolezza che dietro a quel grande foglio che racchiude il tuo con il tuo mondo ce ne saranno sempre molti altri, più grandi o più piccoli che potrebbero interagire (ti piaccia o no) con il tuo piccolo e con il tuo grande foglio… in ogni caso potrai sempre decidere come reagire alle intromissioni degli altri fogli e degli altri disegni…

 

Ognuno di noi, in un modo o nell’altro, “presta servizio” presso una comunità o un gruppo: la famiglia, l’associazione, la scuola, la ditta, il partito politico, lo stato e così via. Tutte queste strutture nascono e si sviluppano allorché un singolo gruppo di individui incomincia a pensare e ad agire in una stessa direzione. A questo gruppo si aggiungono poi nuove persone, la struttura cresce e si allarga, prende forza, obbliga i propri membri a osservare delle regole prestabilite e a lungo andare può finire per sottomettere larghi strati di società. [ciò che l’autore definisce “pendoli”]

Ogni pendolo è per sua natura distruttivo, giacché sottrae energia ai suoi membri e li sottomette al proprio potere. Il carattere distruttivo del pendolo si manifesta nella sua totale indifferenza al destino di ogni singolo membro. L’obiettivo del pendolo è solo uno: ricevere l’energia del membro. Quale possa essere in tutto ciò il vantaggio del singolo membro, per il pendolo non ha nessuna importanza. L’individuo che subisce l’influenza del sistema è costretto a costruire la sua vita in conformità alle leggi imposte dal sistema, diversamente rischia di finirne stritolato ed espulso.

Quindi ognuno di noi è pendolo,  agisce e subisce e ogni altro individuo fa lo stesso. Ho sempre avuto l’impressione che noi non siamo abituati ad osservare così il mondo, la società e le persone che ci circondano.

Non ho ancora ben chiaro se ci abituano fin da bambini ad osservare così il mondo o se siamo noi ad abituarci con la nostra indole, ad ogni modo a me sembra che  siamo abituati ad osservare gli altri come pendoli considerandoci però qualcosa di diverso..

osserviamo la nostra reazione nei confronti degli altri e quella degli altri nei nostri confronti però spesso non osserviamo nemmeno la reazione che gli altri subiscono dalle nostre azioni o per lo meno lo facciamo in maniera disequilibrata rispetto a quanto facciamo in causa/conseguenza in cui noi siamo l’attore protagonista e non la comparsa.

quando ne abbiamo la facoltà decidiamo di stabilire delle regole secondo quelli che sono i nostri principi e riteniamo che queste regole siano “una garanzia” positiva per noi e per quelli a cui pensiamo di poterle imporre, è un comportamento normale e comune.. però difficilmente teniamo in considerazione che l’applicazione di quelle regole che per noi, per la nostra vita, per il nostro vissuto sembrano così “corrette” potrebbero non esserlo altrettanto per una vita ed un vissuto diverso.

Questo non per dire che le regole non dovrebbero esistere ma semplicemente per dire che non potranno mai essere una garanzia assoluta, per dire che in realtà

Il carattere distruttivo del pendolo si manifesta nella sua totale indifferenza al destino di ogni singolo membro. L’obiettivo del pendolo è solo uno: ricevere l’energia del membro

mi sembra sommariamente accettabile come considerazione, perchè il rispetto delle regole di rimando ci ritorna potere, tranquillità, serenità, equilibrio anche se poi quella stessa regola potrebbe far male a qualcuno, il nostro interesse in merito non viene intaccato, non per cattiveria ma perchè viviamo di energia..

 

forse il più grande passo avanti che potremmo fare, in termini di evoluzione mentale, potrebbe essere quello di non dover per forza stritolare od espellere ogni espressione di non conformità…

ma questo forse, passa per la considerazione prima e l’accettazione poi che ognuno di noi è un “pendolo”…

Estratto da “Finzioni”

Forse mi inganneranno la vecchiaia e la paura, ma sospetto che la specie umana – l’unica – stia per estinguersi e che la Biblioteca sia destinata a permanere: illuminata, solitaria, infinita, perfettamente immobile, armata di volumi preziosi, inutile, incorruttibile, segreta.

Non ho interpolato quell’aggettivo per un’abitudine retorica; dico che non è illogico pensare che il mondo sia infinito. Coloro che lo ritengono limitato, sostengono che in luoghi remoti i corridoi e le scale e gli esagoni possono inconcepibilmente finire – il che è assurdo.

Coloro che lo immaginano senza limiti, dimenticano che è limitato il numero possibile dei libri. Io mi arrischio a insinuare questa soluzione dell’antico problema: La biblioteca è illimitata e periodica. Se un eterno viaggiatore l’attraversasse in qualunque direzione, verificherebbe alla fine dei secoli che gli stessi volumi si ripetono nello stesso disordine.

La mia solitudine si rallegra di questa elegante speranza

Jorge Luis Borges – da La biblioteca di Babele, Finzioni-

estratto da: La musica del silenzio (Sergio Bambarèn)

Ho scoperto tesori sul mio angolo d’isola. Li porterò con me tutta la vita, ma non li sottrarrò mai a quel luogo, perché sono sulla terra a cui appartengono… Stupisciti della luna piena, ma non cercare di portartela con te: il suo posto è in cielo. Riscaldati al sole, ma non dimenticare che non ti appartiene: appartiene a tutte le creature, grandi e piccole. Sogna pure con le stelle, ma lasciale brillare di notte nell’alto del cielo: quello è il loro posto. Non cercare di fermare il vento o di ripararti da esso. Sussurrerà alla tua anima la verità. Spalanca porte e finestre quando le scorgerai nella tua vita, così potrai tenerti sempre la tua voglia di vivere. Senza di essa, non andrai da nessuna parte. Ma più di tutto fidati di chi sei: sii sempre sincero con te stesso. Vivere la vita di qualcun altro ti condannerà ad uccidere una parte di te.

la mia strana storia del “libro cuore” Edmondo de Amicis 1886

Ero molto piccolo quando a casa di mia nonna, affianco la “sua poltrona” nella libreria vidi quel libro
con il lato stropicciato che mi chiamava….

da piccolo non ho mai letto molto, mi interessava soltanto giocare a calcio, in qualsiasi modo, con ogni cosa potesse muoversi grazie alla spinta del mio piede, il mio mondo era rinchiuso del riuscire a dominare i movimenti di qualsiasi oggetto con il mio semplice piede.

Però quel libro mi attirava, avevo la sensazione che sporgesse rispetto agli altri, avevo la sensazione che in mezzo ad un sacco di libri dalla stessa forma e colore ci fosse lui, come un pesce fuor d’acqua, come un bambino in mezzo ad un mare di adulti che rimane immobile perchè spaventato…

ho guardato molte volte la sua copertina, l’ho letto un paio di volte, e dopo parecchi anni da quel giorno mi è capitato di trovarmi a riassaporare il suo messaggio, i suoi concetti, il suo senso…

E’ un libro che mi ha segnato molti anni dopo averlo letto, è un libro che mi è rimasto dentro ed è riesploso con i suoi concetti probabilmente quando ha sentito che era il suo momento… quel libro l’ho subito, non sono mai stato in grado di gestirlo… è entrato nella mia vita e se ne esce ogni tanto, senza nemmeno chiedermi il permesso…

arriva e io devo stare li ad ascoltarlo, a rifletterci…

qualche giorno fa si è riproposto all’improvviso così:

Rispetta la strada. L’educazione d’un popolo si giudica innanzi tutto dal contegno ch’egli tien per la strada. Dove troverai la villania per le strade, troverai la villania nelle case.

e così

l’uomo che pratica una sola classe sociale, è come lo studioso che non legge altro che un libro

e io non posso che soffermarmi li…
con gli occhi che chiedono risposte all’orizzonte..
ad ascoltarlo…

L’uomo senza qualità

Da: Robert Musil, L’uomo senza qualità (1930)

Solo allora Ulrich s’accorse che Stumm von Bordwebr s’era portato dietro una borsa d’ufficio, e l’aveva appoggiata ai piedi della scrivania; era uno di quei grandi zaini di vitello, che si possono portare sulle spalle mediante solide corregge, e servono a trasportare documenti da un ufficio all’altro nei vasti edifici ministeriali, o anche fuori. Evidentemente il generale era venuto con un attendente che aspettava sotto e che Ulrich non aveva veduto, perché solo con fatica si tirò sulle ginocchia la pesante borsa e fece scattare la piccola serratura d’acciaio che aveva tutta l’aria di un ordigno di guerra. – Non son rimasto in ozio, da quando assisto alle vostre riunioni, – sorrise, mentre la sua giubba celeste si tendeva, nella posizione curva, intorno ai bottoni dorati, – ma sai, ci son cose di cui non vengo a capo -. Tirò fuori dalla borsa un gran fascio di fogli sciolti, coperti di strani segni. – Tua cugina, – egli spiegò, – ho avuto con lei un colloquio esauriente, ella vorrebbe, giustamente, che dai suoi sforzi per elevare al nostro Eccelso Sovrano un monumento spirituale emergesse un’idea che fosse, come dire, la più alta, che occupasse il primo posto fra tutte le idee del giorno d’oggi; io però ho osservato, pur ammirando le personalità da lei invitate, che la cosa presenta infernali difficoltà. Se uno dice una cosa, l’altro afferma il contrario – l’hai notato anche tu? – ma c’è di peggio, secondo me; lo spirito borghese mi sembra proprio ciò che noi diciamo di certi cavalli: un cattivo mangiatore. Ti ricordi? Son bestie che non vogliono saperne di ingrassare, nemmeno con doppia razione di foraggio! Oppure diciamo, – si corresse a una lieve protesta del padrone di casa, – sì, diciamo pure che ingrassano, ma le ossa non crescono e la pelle rimane opaca; gli viene soltanto un pancione pieno d’erba. Ecco, vedi, la cosa mi interessa e vorrei approfondire la questione, come mai non si possa regolare la faccenda!

Stumm, sorridendo, porse al suo ex tenente il primo dei fogli. – Si dica pure tutto ciò che si vuole, – dichiarò, – ma di ordine noi militari ce ne intendiamo. Ecco, qui ho consegnato le idee principali esposte dai partecipanti alle riunioni di tua cugina. Vedi, se gli parli a quattr’occhi ciascuno ritiene essenziale una cosa diversa -. Urich esaminò il foglio con stupefazione. Era diviso in quadrati mediante linee orizzontali e verticali, come un foglio d’anagrafe o un registro militare, e nei quadrati c’erano parole che contrastavano parecchio con quella suddivisione, infatti egli lesse in bei caratteri burocratici i nomi: Gesù Cristo; Budda Gotama, e anche Siddarta; Lao-Tse; Lutero Martino; Goethe Volfango; Ganghofer Ludovico; Chamberlain, e molti altri, che evidentemente continuavano su un altro foglio; poi nella seconda casella le parole cristianesimo, imperialismo, secolo delle comunicazioni, eccetera, e accanto v’erano altre colonne di parole in altre caselle.

– Potrei anche chiamarlo il foglio catastale della cultura moderna, – illustrò il generale, – perché poi l’abbiamo ampliato, e ora contiene il nome delle idee, e dei loro agitatori, dell’ultimo venticinquennio. Non immaginavo che costasse tanta fatica! Poiché Ulrich voleva sapere come era stato compilato l’elenco, gli spiegò volentieri il procedimento da lui ideato. – Mi ci son voluti un capitano, due tenenti e cinque sottufficiali per fare così presto. Se avessimo potuto usare un sistema del tutto moderno, avremmo mandato a ogni reggimento la domanda: “Chi considerate il più grande uomo dei nostri tempi?” come fanno oggi i giornali e simili, sai, insieme con l’ordine di comunicare il risultato della votazione con le percentuali; ma nel mondo militare, la cosa non andava, perché naturalmente nessun corpo dell’esercito può rispondere altro che: Sua Maestà. Allora avevo pensato di far chiedere quali sono i libri più letti e con le più alte tirature, ma s’è visto subito che, oltre alla Bibbia, sono i libriccini di capodanno con le tariffe postali e le vecchie barzellette, distribuite a tutti, dai portalettere che vanno a far gli auguri e a riscuoter la mancia; e questo ci ha fatto di nuovo riflettere com’è difficile lo spirito borghese, perché in generale son ritenuti migliori quei libri che si adattano a ogni lettore, o almeno, mi hanno detto, bisogna che un autore in Germania abbia molti che la pensano come lui per esser considerato un grande ingegno. Dunque, anche questa via non era possibile; e come abbiamo finito per fare non te lo posso dire sul momento, è stata un’idea del caporale Hirsch insieme col tenente Melichar, ma ci siamo riusciti.

Il generale Stumm posò il foglio e con un viso che annunziava una grave delusione ne prese un altro. Fatto l’inventario delle scorte di idee esistenti nell’Europa Centrale, aveva non solo stabilito con rincrescimento che erano costituite da contraddizioni, ma anche scoperto con stupore che quelle contraddizioni incominciavano a confondersi l’una nell’altra. – Che tutte le celebrità in casa di tua cugina mi rispondessero cose opposte quando la pregavo di ammaestrarmi, passi, c’ero già abituato; ma che dopo aver parlato lungamente con loro mi sembri che dicano tuttavia le stesse cose, ecco, non riesco proprio a intenderlo, e forse la colpa sarà del mio comprendonio d’ordinanza, che non ci arriva! – Ciò che sgomentava in tal modo il cervello del generale Stumm non era una bagattella, e in fondo non la si sarebbe dovuta attribuire soltanto al Ministero della Guerra, benché si potesse dimostrare che con la guerra intratteneva ottimi rapporti. Sono state donate a questo nostro secolo grandi idee in quantità, e per uno speciale favore della sorte ogni idea ha pure la sua contro-idea, di modo che individualismo e collettivismo, nazionalismo e internazionalismo, socialismo e capitalismo, imperialismo e pacifismo, razionalismo e superstizione vi si trovano tutti ugualmente bene come a casa loro; e per giunta ci sono anche i resti non ancora consumati di innumerevoli altre contraddizioni di uguale o minore valore attuale. La cosa sembra così naturale come il fatto che vi siano il giorno e la notte, il caldo e il freddo, l’amore e l’odio, e che nel corpo umano ogni muscolo flessore abbia il suo contrario in un muscolo estensore, né il generale Stumm, come chiunque altro, si sarebbe mai sognato di vederci nulla di straordinario, se l’amore per Diotima stimolando la sua ambizione non l’avesse precipitato in quell’avventura. L’amore infatti non s’accontenta che l’unità della natura riposi sui contrasti, ma, incline com’è alla soavità, alla delicatezza, vorrebbe un’unità senza opposizioni, e così il generale s’era sforzato in tutti i modi di ottenere tale unità. – Ho fatto fare – raccontò a Ulrich, mostrandogli il foglio relativo, – un elenco dei condottieri delle idee, vale a dire che contiene tutti i nomi di coloro che negli ultimi tempi hanno guidato alla vittoria notevoli contingenti di idee; quest’altro qui è un ordine di battaglia; questo un piano dello schieramento strategico; questo un tentativo di identificare i depositi e gli arsenali donde si effettua il rifornimento delle idee. Ma se tu osservi uno dei gruppi di idee impegnati in combattimento, vedi subito – e ho voluto che risultasse ben chiaro dal disegno, – che esso attinge i suoi rinforzi di truppe e di materiale ideologico non soltanto dal proprio deposito ma anche da quello dell’avversario; vedi che cambia continuamente di fronte e senza nessun motivo, combatte tutt’a un tratto col fronte rovesciato, contro le proprie posizioni; ma vedi altresì che le idee disertano tutti i momenti, di qua e di là, sicché le trovi ora in questa ora nell’opposta linea di battaglia. Insomma, non si può stabilire né un regolare piano di dislocamento, né una linea di confine, né niente, e il tutto è, parlando con rispetto, – eppure d’altra parte non lo posso credere! – quello che da noi ogni superiore chiamerebbe un branco di porci impazziti! – Stumm cacciò in mano a Ulrich una dozzina di fogli in una volta. Eran coperti di direttive di marcia, linee ferroviarie, reti stradali, calcoli di portata, contrassegni di corpi, dislocamenti di truppe, circoli, quadrati, zone tratteggiate; il tutto come in un regolamentare rapporto di stato maggiore, intersecato da linee rosse verdi azzurre e gialle e disseminato di bandierine dei più vari tipi e significati, quelle che un anno più tardi sarebbero diventate così popolari. – Ma non serve a niente! – sospirò Stumm. – Ho cambiato modo e provato ad affrontare il problema dal punto di vista della geografia militare invece che da quello della strategia, sperando di ottenere almeno un campo d’operazioni ben articolato, ma non c’è verso! Ecco qui le descrizioni orografiche e idrografiche! – Ulrich vide segnate sulla carta vette di montagna da cui partivano diramazioni che più in là si riammassavano, sorgenti, reti fluviali e laghi. Negli occhi vivaci del generale scintillava qualcosa come irritazione o esasperazione. – Ho tentato in cento modi, – egli disse, – di riportare il tutto a un’unità; ma sai com’è? Come viaggiare in seconda classe in Galizia e prendersi i pidocchi! E’ la più schifosa sensazione d’impotenza che si possa immaginare. Quando sei stato un pezzo in mezzo alle idee, ti prude tutto quanto il corpo e non hai pace se non ti gratti a sangue!

Il più giovane non poté trattenersi dal ridere di quell’energica descrizione. Ma il generale pregò: – No, non ridere! Io ho pensato che tu sei divenuto un borghese eminente; nella tua posizione devi capire la questione, e devi capire anche me. Son venuto a chiederti aiuto. Ho troppa reverenza per tutto ciò che rappresenta lo spirito, e perciò non posso credere di aver ragione!

– Tu prendi troppo sul serio il pensiero, signor colonnello, lo consolò Ulrich. Involontariamente aveva detto “colonnello”, e se ne scusò. – Mi hai così piacevolmente ricondotto al passato, signor generale, quando mi comandavi certe sere a filosofare in un cantuccio del circolo. Ma, ti ripeto, non bisogna prendere tanto sul serio lo spirito come tu stai facendo!

Non bisogna, – gemette Stumm. – Ma io non posso più vivere senza una regola superiore nella mia testa! Non lo capisci? Io rabbrividisco se penso quanto tempo son vissuto senza di essa, sui campi di manovre e nelle caserme, fra barzellette militari e storie di donne!

La ragazza delle arance

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La storia di un padre che conosce il suo futuro e la sua data di scadenza, che decide di raccontarsi
per lasciare al figlio una parte di se e della sua vita anche dopo la sua scomparsa.

La storia di un figlio che ritrova una lettera del padre scomparso prematuramente e che grazie alla quale
ha la fortuna di passare un pò di tempo assieme allo stesso e se vogliamo di conoscere un pò quella persona
che non potrà conoscere mai.

La storia di un amore sfuggevole, rincorso, inseguito, voluto e vissuto tra sogno e realtà, tra gioie e
dolori e di due esistenze che divise si troveranno a seguire la loro direzione tra rabbie e rancori,
tra soppravivenza ed esistenza.

A mio modo di vedere se dovessi riassumere la storia del libro una qualsiasi di queste tre storie potrebbe
andar bene ma nessuna in singolo descriverebbe il libro.

Narrativa e riflessione.

Il rischio di veder interpretato il libro come una sorta di saggio alla vita, di normativa del sentimento a
mio avviso esiste ed è concreto, credo che per godersi questo testo sia neccessario andare oltre, leggerlo
senza volerlo giudicare, gustarselo senza volerlo interrogare, viverlo volendoci pensar su perchè di spunti
per pensare te ne regala parecchi.

La semplicità reale della vita in sè contrapposta alla difficoltà della quotidianità messe a nudo dalla
realtà della morte, ogni volta, mi riavvicinano alla vita stessa.

Una delle cose che più di altre mi ha fatto soffermare con i pensieri leggendo il libro è questa:

credo che troppo spesso, per tutti i svariati motivi del mondo che volete trovare, dedichiamo il nostro tempo
a parlare con i nostri figli, amici, mogli o chi che siano.. non a parlare di cose di ogni giorno, non a parlare
di argomenti di vita generale, a parlare di noi, dei nostri pensieri, dei nostri ideali, dei nostri
lati più profondi e nascosti, delle nostre paure, delle nostre impressioni. Lasciare che gli altri conoscano
chi siamo e cosa magari può differenziarci dagli altri, conosca la nostra storia che non è meno interessante
della storia di nessun altro, e come spesso si dice conoscere la storia per comprendere il presente e
pensare al futuro si parla di uno dei più grandi segreti della vita. Comprendere il presente per pensare al futuro,
cosa c’è di più interessante da fare???

A volte mi rattristo pensando a chissà quanti figli, padri, nonni non conoscano praticamente nulla della storia
della vita dei loro figli, padri e nonni. Quanto tempo trascorso nella vita senza aver il tempo di raccontare,
di raccontarsi o di capire e di capirsi. Quante occasioni perse per conoscere, per migliorarsi o semplicemente
per prendere atto di gesti fatti o non fatti, nel passato o nel futuro.

Ritrovare il piacere di raccontare e di ascoltare, riscoprire quel sentimento che si cela dentro le parole di chi
parla e che si percepisce negli occhi e negli sguardi. La tonalità, il timbro e l’emozione che si esprime quando
si parla di se, di episodi che passati i giorni, i mesi e gli anni, rimangono lì intatti nella memoria
indissolubili e incancellabili; scambiarsi l’emozione e ritrovarla negli sguardi e negli occhi di chi ti ascolta,
capendoti o solo traducendo l’empatia è una di quelle cose che fa salire a dismisura il senso della vita, la
bellezza della vita.

In questo momento mi sentirei di sbilanciarmi in una sorta di teorema matematico che potrebbe definire che:
“Il valore o la bellezza di un esistenza è determinata dal numero di volte un cui ci si è emozionati”

“i fattori che determinano questi momenti di emozione sono soggettivi e non qualificabili o quantificabili quindi ai fini
del teorema in un applicazione generale si possono ritenere trascurabili.”

Non vorrei andare oltre sulle considerazioni o riflessioni che la lettura di questo libro mi ha portato ad affrontare
perchè altrimenti mi sentirei di svelare troppo della trama stessa e spero che questo commento vi abbia invogliato alla sua
lettura.

Voglio concludere con una domanda che il libro (e non solo.. )
ti pone ma senza citarla…

vorrei solo rispondere così, a voce alta, urlando:

“SI!!! Senza se e senza ma..”

per tutti i motivi descritti sopra e per molti, moltissimi altri.

Estratti da: Non rubate i sogni di Seth Godin

mi piaceva riportare qui un paio di estratti da un ebook che ho adorato di cui ho parlato spesso, in termini di scuola ed istruzione e che continuo a consigliarne la lettura a tutti, se non altro come stimolo per diverse riflessioni, Non rubate i sogni di Seth Godin, scaricabile e leggibile gratuitamente dal web.

A voi:


4. A cosa serve la scuola?

Sembra una domanda così ovvia che sembra inutile rispondere.
E nonostante questo, ci sono molte risposte possibili.
Eccone alcune (qui mi riferisco alle scuole pubbliche o private largamente diffuse, dalle elementari alle università):

Per creare una società che sia culturalmente coordinata.
Per promuovere la scienza e la conoscenza e continuare ad informarsi per la bellezza di farlo.
Per innalzare la civiltà mentre si danno alle persone gli strumenti per prendere decisioni consenzienti.
Per educare le persone a diventare lavoratori produttivi.
Durante le ultime tre generazioni, sono nate moltissime scuole aperte a tutti, e questo significa che più persone stanno spendendo sempre più ore a scuola rispetto a prima. E i costi di queste scuole stanno crescendo ancora più velocemente, con miliardi di dollari spesi per far sì che le scuola diventi una cosa di massa.

Fino a poco tempo fa, la scuola faceva un ottimo lavoro per portare avanti solo uno di quei quattro obiettivi sociali di cui sopra.
Per prima cosa, analizziamo gli altri tre:

Una società culturalmente coordinata: la scuola non è minimamente capace in questo rispetto ad esempio alla televisione.
C’è un abisso tra l’esperienza culturale in una scuola di città senza fondi e sovraffollata e l’esperienza culturale in una scuola
con discreti fondi della periferia. C’è una significativa distinzione culturale tra uno che abbandona gli studi alle superiori e un
laureato di Yale. Ci sono opinioni discordanti su cose semplici come se sia utile o meno il metodo scientifico: dove siete andati a scuola dice molto su cosa vi è stato insegnato. Se l’obiettivo della scuola è quello di creare una base per una cultura comune, non è proprio riuscita in questo intento, nonostante ne sarebbe stata capace.

Informarsi per la semplice bellezza di farlo: spendiamo una fortuna per insegnare la trigonometria a ragazzi che non la capiscono, non la useranno, e non spenderanno altro tempo delle loro vite a studiare matematica. Investiamo migliaia di ore per insegnare a milioni di studenti narrativa e letteratura, ma finiamo anche con insegnare alla maggior parte di loro a non leggere più per divertimento (uno studio ha dimostrato che il 58 per cento degli Americani non ha più letto per piacere personale dopo essersi diplomato).
Non appena associamo il leggere un libro ad una verifica, abbiamo già sbagliato.

I requisiti per diventare professori universitari sono sempre più alti, ma è anche vero che sforniamo laureati che non sono in grado di insegnare e non sono particolarmente produttivi nella ricerca. Insegnamo un sacco di cose, ma la quantità di conoscenza davvero assorbita è minuscola.

Gli strumenti per prendere decisioni intelligenti: Anche se praticamente tutti nel mondo occidentale sono passati attraverso anni di scuola obbligatoria, vediamo sempre più persone credere in teorie non fondate, decisioni sbagliate dal punto di vista economico, e progetti scadenti per comunità e famiglie. La connessione delle persone con la scienza e le arti è debole a dir poco, e l’acume finanziario del consumatore è penoso. Se l’obiettivo era quello di innalzare gli standard del pensiero razionale, della investigazione scettica, e della creazione di decisioni utili, abbiamo fallito per la maggior parte dei nostri cittadini.

È per questo che sono convinto che la scuola sia stata creata per portare avanti un obiettivo particolare. Lo stesso che la scuola sta portando avanti per centinaia di anni.

I nostri nonni e bisnonni hanno costruito la scuola per insegnare alle persone ad avere un lavoro produttivo che potesse durare tutta la vita come parte dell’economia industrializzata. E ha funzionato.

Tutto il resto è una conseguenza, un effetto collaterale (alle volte un effetto felice) del sistema scolastico che abbiamo costruito per formare la forza lavoro che ci serviva per l’economia industrializzata.


7. La produzione di massa vuole creare massa

Questa frase sembra ovvia, ma ancora ci sorprende che le scuole siano ancora orientate intorno alla nozione di uniformità.
Anche se il mondo del lavoro e la società civile chiedono varietà, il sistema scolastico industrializzato lavora in senso opposto.

Il concetto di massa scolastica industrializzata deve essere ricercato agli inizi di tutto, ai tempi della scuola comune e della
scuola normale e dell’idea di sistema educativo universale. Tutto ciò è stato inventato esattamente nello stesso momento in cui stavamo perfezionando la produzione di massa e parti intercambiabili per arrivare al marketing di massa.

Giusto qualche nozione:

La scuola comune (ora chiamata scuola pubblica) era un concetto totalmente nuovo, creato subito dopo la guerra civile.
“Comune” perchè era pensata per tutti, per i bambini del contadino, per i bambini degli artigiani e per i bambini del commerciante locale.

Horace Mann è generalmente considerato il padre dell’istituzione accademica, ma non ha minimamente dovuto lottare al contrario di quello che si possa pensare, perché gli industriali erano dalla sua parte. Le due più grosse sfide di una nuova economia industrializzata erano quelle di trovare abbastanza lavoratori compiacenti e di trovare clienti entusiasti.
La scuola comune risolse entrambe le cose.

La scuola normale (ora chiamata scuola magistrale) venne inventata per indottrinare gli insegnanti sul sistema della scuola comune, assicurandosi che ci sarebbe stato un approccio coerente nel formare gli studenti. Se questo suona uguale alla nozione di fabbriche che producono cose in serie, o di parti intercambiabili, o alla nozione di misurazione e qualità, questo non è un caso.

Il mondo è cambiato, naturalmente. È invaso da una cultura dominata da un mercato che ha come principio la personalizzazione di massa, che sa come trovare il limite e le cose insolite, e soddisfare i bisogni dell’individuo invece di insistere nel conformismo.

La personalizzazione di massa della scuola non è facile. Abbiamo comunque qualche scelta? Se la produzione di massa e i mercati di massa stanno fallendo, noi non abbiamo assolutamente il diritto di insistere sul fatto che le scuole che abbiamo creato per un’era differente possano funzionare bene anche ora.

Quelli che si preoccupano della vera natura delle scuole, affrontano un po’ di scelte ma è chiaro che una di queste NON ha a che fare con il solito modo di fare business. Un’opzione è quella di creare delle unità più piccole nelle scuole, con un obiettivo meno industriale, dove ciascuna unità possa formare la propria varietà di leader e cittadini. L’altra è un’organizzazione che capisca che la grandezza può essere un fattore positivo, ma solo se l’organizzazione valorizza la personalizzazione invece di combatterla.

La struttura attuale, che cerca un’uniformità a basso costo insieme a degli standard minimi, sta uccidendo la nostra economia,
la nostra cultura, e noi.

Omaggio a Margherita Dolcevita [Libro di Stefano Benni]

Adoro la sfacciata ironia e la strabordante intelligenza di Margherita Dolcevita e quando mi trovo a pensare a come mi sarebbe piaciuto essere da bambino mi ritrovo spesso a dipingermi come lei, in versione maschile ovviamente… un pò di citazioni per farvi capire cosa intendo:

 

“Non sono più un bambino, ne la tua sfortunata sorella, nè un adolescente, nessuno dei nomi che date al vostro passato.
In pochi anni avete ucciso la lunga infanzia del mondo, era di tutti e l’avete rubata. Non ci saranno più figli.
Cresceremo in fretta, per difenderci da voi. Dopo pochi anni impareremo ad usare le vostre armi e vi combatteremo.
I nostri giochi di soldati diventeranno vera guerra. Quelli che sopravvivranno, invecchieranno in un attimo.
Finchè un giorno qualcuno deciderà che non ha più senso continuare. Questo è ciò che avete voluto fingendovi forti.”


 

 

-Perciò io che sono una bambina in scadenza, penso:
a) che i grandi non hanno più nulla da insegnarci
b) che sarebbe meglio se noi prendessimo le decisioni, e i temi scolastici contro la guerra li scrivessero loro
c) che dovrebbero smettere di fare i film dove la giustizia trionfa, e farla trionfare subito all’uscita del cinema.

Ebbene sì, sono polemica.


-Ho guardato il citofono e c’era scritto:

NIENTE PUBBLICITA’
NIENTE AMBULANTI
ATTENTI AL CANE
CANCELLO CON ALLARME

E poi una fila di tasti bianchi, senza cognomi. Piccole lapidi della morta cordialità.


“Cosa si fa laggiù all’ultimo banco, si ride?”
Ha pronunciato “si ride” con un tono come se dicesse: “si spaccia droga”, “si fabbricano bombe”?
Allora mi sono alzata e ho detto: “Effettivamente, signora professoressa, stavamo ridendo in quanto ritenevamo buffo ciò di cui parlavamo, ma non c’era niente di oggettivamente malsano o criminoso nel nostro atteggiamento, io capisco bene che se ridessimo ininterrottamente per tutto l’orario scolastico ciò farebbe sospettare una nostra disattenzione, o spregio, o beata cretinaggine, ma ritengo che un po’ di umorismo anche in questa austera sede faccia bene allo spirito e, di riflesso, alla gioia dell’apprendimento. In quanto al rapporto fra riso e matematica…”
Non mi ha fatto finire. Ha ringhiato: “smetti-o-ti-do-due”, e per fortuna è suonata la campanella.
Ma insomma, ho pensato, quasi tutti i film e la tivù e i giochi per ragazzi ci invitano a ridere e stare allegri, così poi vediamo le puntate successive e compriamo i gadget. Però a scuola non possiamo ridere un minuto.
La morale è: non dobbiamo ridere quando siamo contenti noi, ma quando sono contenti loro.


Dormire e svegliarsi sono le uniche due attività umane dove non siamo nè buoni nè cattivi.


– “Cosa ce ne facciamo mamma??” -le ho fatto notare- “Un cretino in televisione è unguale se è alto venti centimetri o due metri.”
– “Non dire sciocchezze” – ha risposto mamma.
-”Signorina, vedere bene è importante, lei quando va ad un concerto preferisce andare in prima filao in fondo?” – ha detto Gordon
– “Signore, quando una mucca alza la coda lei si allontana o va a controllare da vicino?” – ho risposto.


-tunf ta-tunf tunf ta-tunf tunfta-tunf tunfta-tunf tunf tu-tu-tunf yeah. Tunf è il concetto, ta e tu sono le ideologie, yeah non lo so.


– Quante battaglie stupide e quante nobili e giuste ci sono nella giornata media di ognuno?


– Mi viene in mente una zingara grassa, che una volta mi ha seguito continuando a dire: bella bambina, vieni che ti leggo la mano.
Ho avuto paura.
Forse anche io ho un virus di razzismo dentro, o forse semplicemente non siamo capaci di sopportare tutti, e caricarci i pezzi
del mondo in spalla. Però qualche volta vado a giocare con due ragazzi zingari, Darko il lavavetri e un suo amico ricciolino.
Loro cercano di toccarmi il culo e io chiedo informazioni sulla loro etnia. E’ un vero scambio culturale.


 

 – Le pubblicità sono false per quello che mostrano, ma ancor più per quello che nascondono.


– La prima regola della guerra moderna è non far vedere i cadaveri.


 – Se i grandi non si sono ribellati, lo faremo noi. La storia ci guarda, non vorrei che vomitasse.


– Osservavo i miei genitori e Giacinto, e cercavo di ricordare come erano una volta, qunado li guardavo e capivo i loro pensieri.
Avrei voluto non aver paura di loro.
E’ brutto non fidarsi alla mia età. Ti resta dentro per sempre.
Ma erano cambiati.
Non vivevano più, aspettavano che qualcuno gli dicesse come vivere.
Ogni loro gesto era diverso, era come se avessero fretta, non c’era più cura, nè dolcezza in quello che facevano.
E li ho ricordati come erano una volta.


– Tutto questo era perduto? Era inevitabile che fosse cambiato? Dovevo dimenticare? Dobbiamo chiudere gli occhi?
Dobbiamo perdonare perchè ognuno vive di briciole?
Dobbiamo pensare che tutto ciò che ci tormenta è ben piccola cosa visto dalle lontanissime stelle, Altazor, Grapatax,
Mab, Zelda e Dandelion? Oppure proprio perchè siamo piccola cosa, dobbiamo combattere per la nostra briciola di giustizia,
o le stelle crolleranno?


 

 

Ecco, questo è il profilo perfetto di donna per cui perdere la testa… questo è il profilo perfetto di donna di cui innamorarsi…e allora non ci sarà tempo che tenga, la libido sarà più garantita di mille barattoli di silicone!!!!