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THIRTEEN REASON WHY

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Ho titolato il post con il titolo originale del libro perchè mi piace molto di più della semplicistica traduzione italiana.
Qualcuno di voi ha letto il libro o visto la serie tv???

Io per il momento ho visto la serie, ci ho messo un pò, volutamente perchè avevo bisogno che la mia mente elaborasse ciò che le varie puntate mi lasciavano… ed è stata davvero tanta roba….

Si, devo dire che la serie mi è piacuta moltissimo.

Il giudizio complessivo è un giudizio emoziale, di testa e di pancia non certo di tecnica e abilità.

Quindi non vorrei soffermarmi a parlare dei dettagli ma di dettagli.

Già perchè anche se apparentemente la storia è la storia di un adolescente in realtà ci sono così tante storie nei dettagli, così tanti pensieri e discussioni che si possono intraprendere che è proprio il tipo di cosa che voglio vedere o leggere nei pochi momenti che posso dedicare al grande schermo (in ogni sua evoluzione tecnologica) o al piccolo parallelepipedo cartaceo. Perchè il tempo è poco e non amo sprecarlo con cose che mi annoiano.

E devo dire che nonostante nella parte centrale secondo me un pò di ritmo è stato perso (ma potrebbe benissimo essere una considerazione deviata più dal mio stato psicofisico che dalla serie in se) poi ogni cosa è tornata al suo posto e un sacco di stimoli per pensieri e riflessioni sono stati forniti.

Io, personalmente mi sono perso a riflettere, su una ragazza che decide di togliersi la vita, su un ragazzo che considera talmente forti i suoi principi morali
da non rendersi conto di quanto gli stessi lo portino ad essere un “diverso” ma sopratutto quanto questi lo tengano lontano da sofferenze comuni,
di svariati ragazzi con svariate tipologie di vite e problemi. In particolare di quanto riusciamo ad alterare la nostra immagine ed i nostri pensieri per adeguarli a quelli che la società richiede o forse meglio dire a quelli che noi stessi pensiamo la società ci richieda.
Ci sono poi le immagini ed i pensieri da fare verso i genitori, della ragazza e quelli degli altri protagonisti. Quelli legati a quello che si può permettere un sistema istituzionale, scolastico, sempre proiettati alle logiche della società che sovrastano quelle della comune umanità.
Ci sono quelli legati ad una persona che probabilmente ne esce come sconfitta e perdente ma che forse è l’unica che si è avvicinata all’accettazione che la vita giusta o la scelta giusta non è quella che spesso ci appare come tale.
Si parla di violenza sessuale, psicologica, bullismo, repressione, isolamento.. si parla di vite di tutti i giorni e di persone di tutti i giorni.

In qualche modo si parla anche di reazioni differenti a sollecitazioni molto simili…. e forse, almeno per me, la chiave di lettura di questa serie sta tutta qua.

Ma magari appena recupero un pò di tempo ne scriverò in modo più approfondito.

 

Prima di scendere nei dettagli del mio viaggio mentale durante la visione, qualuno di voi ha visto la serie o letto il libro??

NetflixTiein

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Film: Un pò tanto ciecamente

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La visione è di quelle leggere e spensierate, è un film che non “impegna” se lo si guarda solo per passare poco
più di un ora senza troppi pensieri, con qualche sorriso, e in assoluto in buon umore.

Ma se si decide di spendere quest’ora e mezza in spensieratezza ma in maniera non troppo disattenta si scoprirà un
film piacevolissimo con un paio di spunti, a mio avviso, davvero geniali.

L’idea in se e il suo sviluppo è da film fuori dagli schemi comuni, rimane sempre una commedia leggera ma con qualche
tocco di genialità che spesso trasforma questi film senza pretese in film da ricordare, forse non tanto per concetti
cultural-cinematografici ma per i pensieri profondi che ci induce a fare senza scostarsi mai da un contorno di
serenità e leggerezza.

Pensieri profondi con alla base legerezza??

Eh si, esattamente, perchè quello che potrebbe passare per un trattato
sui rapporti umani, civili e sulle abitudini della società, rischiando la pesantezza oppure la noia del già visto e
sentito diventa invece semplicemente spunto di riflessione, fatta con ironia e sarcasmo ma anche con la giusta dose
di sensibilità.

Si discute di quello che è l’essenziale, ponendo l’attenzione su quella fantastica e scientificamente ancora inspiegata
alchimia che si genera nel rapporto tra due anime compatibili o componibili in un modo talmente originale e forse folle
da poter sembrare reale.

Perchè alla fine tutte le nostre vite, o quasi, ruotano attorno all’esigenza e bisogno o ricerca del rapporto con il nostro
prossimo, perchè forse la nostra stessa felicità dipende molto più di quel che pensiamo da questo tipo di rapporto.

Io l’ho trovato simpatico e geniale, e ne consiglio sicuramente la visione, sia per una serata serena e leggera sia per un paio di riflessioni che vale indubbiamente la pena affrontare.

 

Divertente e geniale!!

Film Animazione: Sing

Forse complice il periodo un pò particolare però onestamente io non ricordo di aver visto un altro film (sia animazione o film normale) in cui ho affrontato almeno 30 minuti non continuativi di commozione…  per me, meraviglioso….

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appena riesco ve ne parlo un pò… se vi va.. 🙂 ma anche se non vi va… 😛

intanto lascio un pensiero per tutte quelle persone che portano con se un talento nascosto, che per svariati motivi personali o puramente casuali continueranno a tenerlo con se, riservato e a volte dimenticato…  un dono che meriterebbe al luce ma che conoscerà soltanto il buio…  credo che il messaggio del film li coinvolga molto da vicino..

 

Film: Talk Radio

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Un film per mille domande

Ho da sempre un debole per le voci nella notte, per le chiacchierate notturne o forse per la notte in generale ma sicuramente per quel mix di
buio e silenzio che si sposa perfettamente con la voce umana.

Tonalità e timbro, spesso anche contenuti (se non altro relativamente alla mia vita) sono molto più caldi, profondi e sensuali la notte rispetto
al giorno. La notte omaggia di intimità, di rispetto, di contorno più di quanto faccia il giorno.

Allo stesso modo sono da sempre attratto dalla radio, da quel mezzo di comunicazione dove se non hai veramente qualcosa da dire difficilmente riesci
a non risultare noioso, dove forse più di ogni altra cosa conta veramente il contenuto. Ovviamente cadenza, sonorità e timbro della voce sono altrettanto
importanti, ma il contenuto probabilmente lo diventa ancora di più.

E’ complicato fare radio, fare un talk radiofonico se non si sa mai cosa dire, se non si è un anima dinamica, certo si possono studiare ed apprendere
tecniche e soluzioni che consentono di restare a galla, ma se si ha nell’istinto o dentro l’anima quel fuoco che si genera quando si può parlare con le
persone, ecco che tutto oltre che risultare naturale risulta terribilmente attraente.

Fin da piccolo la mia storia è accompagnata da questo binomio, radio e notte, da questa forma di comunicazione dove passa in secondo piano il “chi” e rimane
al centro il “cosa”, ho scelto di studiare elettronica perchè sognavo di creare una radio mia, mi sono avvicinato al mondo dei CB perchè adoravo ascoltare
le persone che comunicavano, ho incrociato forse per caso, forse no, diverse trasmissioni anche locali in cui la gente non faceva altro che raccontare e
raccontarsi, sempre alla radio, sempre in un ambiente dove l’aspetto fisico ed emotivo dovuto a canoni di empatia prettamente visivi fosse estremamente
secondario.

I film che hanno come argomento le radio, le trasmissioni radiofoniche, la comunicazione e il suo contenuto fanno facilmente breccia tra le mie emozioni
anche magari con pesi superiori al loro valore puro, forti del coinvolgimento emotivo che mi provocano.

In particolare questo film, Talk Radio, è un film che resterà ben presente nei film che porterò con me, perchè oltre a rinchiudere molto di quanto descritto
sopra, è un film che ha toccato svariate corde della mia personalità.

E’ un film che durante la sua visione ti porta a fare dei pensieri e ragionamenti che, non solo sono ancora attuali, (questo devo dire mi capita abbastanza spesso
essendo un attento selezionatore dei film che decido di vedere) ma che ritengo essere fondamentali nella mia consueta visione della vita di ogni giorno.

Mi ha riportato a pensare ai motivi che spingono le persone a schierarsi in una conversazione, a quelli che spingono le persone a scegliere torto o ragione
basando molta percentuale della loro scelta verso o contro l’interlocutore piuttosto che l’argomento stesso.

Mi ha portato a pensare all’approccio spesso superficiale che abbiamo verso le persone che fanno affermazioni o che prendono posizioni, andando a concentrare
l’attenzione unicamente su ciò che abbiamo letto oppure udito, senza soffermarci neppure un attimo a cercare di ricostruire i perchè, le origini, i motivi
di quelle affermazioni, sia che ci trovino in accordo sia che ci trovino decisamente in disaccordo.

Io credo che a volte, sarebbe necessario fermarsi un attimo per capire le ragioni delle affermazioni, questa piccola “perdita di tempo” credo che venga considerata
così, ci potrebbe rivelare invece aspetti che risultano essere molto più interessanti dell’affermazione stessa. Lo chiamano contesto, ma forse è un termine
pure restrittivo.

Durante lo scorrere del film, mi sono venuti moltissimi pensieri e moltissime domande, tra le righe delle scene mi sono perso a pensare a quelle persone
che danno popolarità e audience perchè dandola hanno la sensazione di riceverla, a quelle che amano andare contro a prescindere ad ogni questione, a quelle
che si schierano per motivi futili e che poi cambiano idea con la stessa semplicità, a quelli che non distinguono tra una domanda senza secondo fine e una
provocatoria, a quelli che non comprendono la domanda ma che rispondono ugualmente, a quelli che in una conversazione cercano una sfida di graduatoria,
a quelli che semplicemente in una conversazione cercano la via di fuga dalla solitudine, a quelli che cercano confronti o risposte.

Questi sono solamente alcuni esempi per dire che mi riesce davvero difficile capire come si possa fermarsi ad osservare solo il guardato, a sentire solo
l’udito, a interpretare solo il letto senza cercare di dare una collocazione a tutto quello che circonda una conversazione.

Ovviamente Talk Radio non è solo questo, ma la moltitudine di esempi trattati nel film, tralasciando gli aspetti politici che forse sono la parte visibile più
visibile del film, quindi quella che richiede minor approfondimento perchè facilmente collocabile, è un film che merita di essere visto perchè caratterizzato
come uno specchio reale della società contemporanea, quindi di ognuno di noi.

Dentro il film c’è sofferenza ed ipocrisia che sembrano essere i pilastri portanti, c’è la denuncia di come siamo tendenzialmente non in grado di accettare
la libertà di parola e opinione nonostante la citiamo come una delle libertà fondamentali per l’essere umano, c’è l’amore contaminato in almeno tre forme di rappresentazione, l’amicizia reale ed interessata, c’è il mercato e il business come supervisore della nostra società, ci sono tutte le sfaccettature dell’animo umano.

Cito come ultimo punto, per un motivo prettamente di secondo fine psicologico, la magnifica figura ed interpretazione del protagonista che oltre la caratterizzazione
del personaggio Barry Champlain di cui si potrebbe scrivere un trattato psicologico fantastico, ha visto un interpretazione straordinaria di Eric Bogosian
che è entrato un maniera perfetta nel personaggio, con empatia reale la visione e la sofferenza che colpiva l’anima di Champlain durante il suo percorso di vita.

Da vedere!

Film: Melancholia

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La parte iniziale credo, sia per menti sottili, spunti di arte, immagini di comunicazione, stimoli sensoriali che ti lasciano solo il silenzio per osservare; piatto l’elettroencefalogramma, non c’è tempo per gli impulsi elettrici, rapinati anche loro alla ricerca di capire come tradurre le sensazioni.

Passata questa fase inconscia ecco che il film ha inizio.

Regia e sceneggiatura ci regalano subito il grande controsenso delle nostre vite, quella limousine immagine di ricchezza, ostentato lusso e lussuria, eleganza e potenza che nel giorno più importante di quella che dovrebbe essere la nostra vita non riesce a muoversi e a passare lungo una piccola e stretta strada di montagna.

Tutti i tentativi fatti dall’autista, dallo sposo e poi dalla sposa, la lenta goffaggine di quel macchinone su quella piccola strada sperduta sono il simbolo di un pò tutto il film, è il preludio al “controcorrente”che noteremo durante tutta la pellicola.

La scena iniziale e non credo lo sia per caso.

Matrimonio, sposo e sposa che vedono investite le loro vite dagli eventi, che subiscono dapprima apparentemente felicemente ciò che “la società benestante e ben pensante” ha previsto per loro e non si rendono conto di essere semplicemente delle comparse ma sono, in quel momento, convinti di essere i protagonisti, così come quella limousine che diventa inutile se messa realmente davanti a ciò per cui dovrebbe esser nata, cioè lo spostarsi lungo una strada.. se quella strada esce un attimo dai canoni abituali ecco che la nostra lussuosa limousine si trasforma in un inutile dinosauro mobile che non è in grado di adattarsi non tanto ad un imprevisto ma ad una diversa versione della realtà che conosceva fino a quel momento.

Veniamo ora un attimo al primo profilo dei due protagonisti del lieto evento:

Lei sposa dominante, ragazza brillante dal grande intuito e dalla sensibile intelligenza, sorriso coinvolgente cerca di gestire con un pò di timore l’evento che gli si stà realizzando davanti; lui sposo timido e impacciato molto probabilmente cresciuto in un regime di protezione ed indirizzamento poco abituato al “fuori pista della vita” sembra quasi il classico ragazzo per bene costruito in laboratorio da una famiglia che indubbiamente ha trasmesso l’educazione ma si è dimenticata di lasciare quella dose di libertà e di piacere per la vita che per altro lui non sembra ricercare mai.

Superato l’ostacolo limousine il sogno sta per diventare realtà, matrimonio regale in una villa da sogno con un sacco di invitati pronti e adatti alla festa di lusso. Il confronto tra finzione e realtà tra costruzione e spontaneità, tra normalità e ricerca della divinità appare lampante fin dalle prime scene e le caratteristiche personali che emergono dai protagonisti della prima parte del film, quella dedicata a Justine non fanno che accentuarle.

Anche il parallelo indiretto tra lo sposo e la sposa viene messo in luce dai lati caratteriali delle persone che quei protagonisti hanno contribuito a crearli, la famiglia originale di lei, notevolmente incompatibile che evidentemente non ha mai contribuito con l’istruzione e il rigore all’educazione delle figlie come può aver fatto la famiglia dello sposo ha creato in Justine una persona dai parecchi lati geniali; vero è che la sorella è apparentemente più normale ma anche in questo caso credo ci sia una spiegazione che vedremo però nella seconda parte dell’analisi, ad essa dedicata. La famiglia di lui, famiglia come tante altre, come quelle disegnate nelle favole che ha creato questo esempio di uomo educato, colto e rispettoso che però manca di quel qualcosa che lo può rendere interessante anche dopo i primi 10/15 minuti di conversazione.

Il confronto tra la figura della madre, ostile, maleducata, fredda ma intensamente sincera e il padre leggero, stravagante e caloroso che sembra in grado di non dare importanza a nessun lato della vita ma allo stesso modo sembra non dimenticarsi mai dell’amore per la figlia sono il contorno all’evento che contribuiscono a spiegarci quanto Justine sia in un contesto che non le appartiene e quindi sbagliato, sbagliato se volto alla ricerca della sua felicità.

Ancora un personaggio, a mio avviso interviene per dare il senso di quanto sia sbagliato, in termini assoluti, dedicare la nostra vita a qualcosa che non ci appartiene e quanto questo non possa che portare ad un epilogo che mai sarà realmente piacevole, la discriminante è data soltanto da quanto siamo in grado di guardarci dentro e di ammetterlo e quanto siamo in grado di fingere.

Stavo divagando, questo personaggio è ovviamente, per chi ha visto il film, il datore di Lavoro di Justine che prendendo la palla al balzo comunica le evoluzioni dei suoi affari lavorativi in un giorno in cui questi non dovrebbero nemmeno avvicinarsi con il pensiero. Prendere a pretesto, usare come alibi per fingere benevolenza verso una persona un evento o una situazione è cosa comune nel mondo “della società” e forse non c’è nemmeno niente di male a farlo, rimane il fatto che è un gesto lampante di disinteresse verso le persone e di forte interesse verso la mediaticità dell’evento.

In tutti questi tipi di eventi la persona (anche se spesso non se ne rende conto) che dovrebbe essere al centro dell’evento stesso viene lasiciata in disparte perchè tutte le luci e le attenzioni sono catalizzate dall’evento stesso, io credo che questo l’autore abbia realmente cercato di comunicarcelo.

Non vi racconto altro sulla prima parte del film, così se non lo avete visto magari potete provare un qualche interesse, le mie riflessioni si concludono parificando la conclusione della prima parte stessa:

Perchè ci facciamo rapinare le nostre vite?? perchè chi ci sta vicino, spesso, non è in grado di farlo senza voler disegnare tutta la nostra esistenza o parte di essa?? magari aggiustando ciò che è mancato alla sua, senza pensare che magari non è quello che macherebbe alla nostra o che questa mancanza possa essere per noi così importante come lo è stato per lui/lei?

La seconda parte, è un altro film, è un altra sorella, è un altra storia.

A mio avviso molto più interessante e complessa.

E’ la storia di uno dei tanti limiti della nostra mente, dei limiti che abbiamo nella governabilità delle nostre emozioni e dei nostri pensieri. E’ una storia triste, diranno, io credo sia semplicemente una storia; molto più veritiera di altre, la definiamo triste perchè non siamo capaci di affrontarla con la giusta dose di neutralità ma infondo di triste non ha quasi nulla.

E’ la storia della sorella di Justine tale Claire sposata con un uomo brillante e uno scienziato di successo, con un piccolo bambino molto educato anche lui, che risponde bene alle emozioni a comando.

Una famiglia disegnata e costruita con calma e parsimonia, dove ogni comportamento è supervisionato dall’etica della società delle famiglie rispettate; Un padre che vive per la scienza e non si preoccupa delle passioni, desideri, speranze e abitudini di moglie e figlio tranne nel caso in cui, spontaneamente o meno non combacino con le sue. Dal canto suo, c’è questa figura dismessa e autoritaria nel nulla della madre che come spesso accade è l’unico perno su cui ruota tutta questa forma di famiglia, che però mai appare realmente felice della vita che fa.

Si prende cura della sorella, malata e fuori schema perché deve farlo, dice di odiarla ogni volta che la sorella stessa la mette difronte alla verità del suo destino, della sua vita e ogni volta che la fa rispecchiare su se stessa, finge di amarla e di preoccuparsi di lei in tutti gli altri momenti della giornata nei quali non fa altro che recitare la sua parte.

Claire che passa per la versione ben riuscita, precisa, pignola che aveva organizzato il matrimonio secondo i canoni attesi dagli invitati nella prima parte del film e che si trova a sacrificare la sua esistenza nel nome della vita di suo figlio e della sfortunata sorella malata che probabilmente non avrebbe nemmeno mai chiesto tale aiuto.

La figura del marito, luminare scientifico si sgretola alla luce del sole della vita, l’insuccesso di una società che gerarchicamente eleva persone con valori del tutto discutibili viene posta in evidenza quando lo stesso si rende conto, non soltanto di aver dedicato anni della sua vita a qualcosa di fine a se stesso, ma quando si trova difronte all’errore evidente e non regge, decidendo di farsi da parte e lasciando moglie e figlio al loro destino. Sono queste le figure che la società premia nella vita in comunità, questo credo sia uno dei messaggi che il regista cerca di trasmettere.

E così che difronte all’inevitabile morte l’unica figura che si comporta con dignità e che sembra non soffrire di quell’angoscia che nasce nella menzogna della vita che ci raccontano è quella della sorella malata che riesce con un gesto semplicissimo ad affrontare il suo destino riuscendo a tranquillizzare per quanto possibile le persone a lei care.

In mezzo a tutto questo struggente per me che sono un giovane padre, la figura del bambino, sovrastato dalla mitologia dei racconti del padre e dall’inconsapevolezza di ciò che ci succede attorno rimane in balia degli eventi e si affida a quegli adulti che dovrebbero aiutarlo a crescere ma che in certi momenti non sono di certo quello che si può considerare un esempio. In fondo siamo tutti uguali, evolviamo e regrediamo in modo differente ma difronte a certe situazioni non esiste età che ti garantisca la capacità di affrontarle.

Sostanzialmente dovrebbe essere un film molto triste e angosciante, credo sia un film che racconta un punto di vista, che fornisce spunti di riflessioni su determinati argomenti e che ci riporta, durante la visione, a sentirci come se fossimo allo stato brado di noi stessi, senza certezze, con diverse paure, ma con la possibilità di scegliere se e come provare ad affrontarle.

Ah si, dimenticavo, sapete di che cosa è malata Justine?? è un qualcosa che se appartiene ad un animale lo riconosciamo come una semplice caratteristica dello stesso, ma se appartiene all’uomo siccome non siamo in grado di provarla, siamo invidiosi per chi l’ha sviluppata e siamo preoccupati per quello che può donare alle nostre vite la consideriamo una malattia, chi ne soffre è spesso considerato fuori dal comune, elemento anormale…

la malattia in questione si chiama Sensibilità.

Film: Philomena

Lo riposto solo perchè qualcuno di quelli che ha commentato aveva detto di non averlo visto, e ho appena visto la pubblicità, lo danno stasera su canale5….

 

Il giusto peso della leggerezza

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Spesso pensiamo che la cultura, il parlare forbito, il riconoscimento del titolo di studio siano ciò che serve per creare un livello di distinzione nella scala sociale tra esseri umani.

E spesso questo pensiero ci viene riconosciuto dal nostro prossimo, dalla società stessa e da buona parte dei meccanismi del mondo che ci circonda.

Ora, questo pensiero, è sì valido ma solo se osservato dentro certi aspetti, tra le mura di certe realtà.

Questa differenza di livello è ben visibile e ben presente tra Philomena e Martin fin dal loro primo incontro,

infatti la vita scritta è documentabile di Martin lo porta ad autoelevarsi (magari anche inconsciamente) nei confronti di Philomena la cui vita è molto meno nota e documentabile e lo porta inevitabilmente a giudicarne come aspetti non dico negativi ma “leggeri” o “superficiali” alcuni comportamenti e pensieri di questa anziana signora. Il suo passato da sottomessa alle suore fa il resto e completa il pregiudizio iniziale.

D’altro canto anche se in un modo meno comune anche Philomena si trova a giudicare le decisioni ed i pensieri di Martin che sebbene illustrati con sagacia lasciano perplessa la mente indottrinata di Philomena ma anche abituata a pensare a forza della violenza che aveva subito e che le aveva segnato la vita.

Ecco secondo me il segreto e la meraviglia di questo film è il continuo parallelo e i continui ribaltamenti di dominio che ci sono tra i due personaggi, che in tutta la durata del film è come se si scambiassero il ruolo del saggio e dell’ingenuo accadimento dopo accadimento.

Ovviamente il film parla anche di altro, la cornice e la storia che viene raccontata nelle trame si distanzia da quanto ho colto io come punto chiave, c’è la ricerca del figlio “rapito e affidato dalle suore ad un’altra famiglia”, c’è la crisi di identità di un giornalista di successo tradito da giochi di potere che si trova costretto a reinventarsi un lavoro e forse anche una vita, c’è il segreto dell’educazione imposta dalle suore di regime, ci sono i colpi di scena della vita del figlio e c’è anche dell’ironia o leggerezza e proprio su questo punto vorrei soffermarmi.

Ho letto qualche recensione e qualche critica al film, premettendo che ognuno è libero di scrivere ciò che sente e di esporre il suo punto di vista non mi trovo però d’accordo con chi imputa al film di usare toni eccessivamente “semplicistici e poco drammatici” vista la tristezza di fondo della storia, che per altro è una storia vera.

Il personaggio di Philomena da quel che ho potuto capire era realmente così.. e non capisco perché si dovrebbe per forza soffermarsi sul lato drammatico. Esistono persone che nonostante la loro vita sia piena di difficoltà non si perdono d’animo, non solo non si piangono addosso ma non perdono nemmeno la forza di ridere, gioire e scherzare perché per loro questo significa vivere.

La leggerezza nell’affrontare determinate situazioni può sicuramente essere sinonimo di ignoranza o maleducazione ma allo stesso tempo può essere sinonimo di intelligenza e di una profondissima consapevolezza che è la caratteristica che mi ha emozionato di più del personaggio di Philomena.

Prendere alla leggera situazioni che per reale importanza sono leggere e prendere seriamente situazioni e argomenti che hanno una reale importanza sociale o emotiva è per me la massima espressione di intelligenza umana e Philomena questa dimostrazione la da continuamente.

E’ buffa e goffa nello stile quando racconta dei libri che legge, è buffa e approssimativa nello stile quando si raffronta con il personale del ristorante dove consuma un pasto con Martin però è di una concretezza e profondità disarmante quanto si trova ad affrontare la notizia della morte del figlio e reagisce cercando di capire chi fosse, quando si trova ad affrontare la sua omosessualità citando la sua mancata sorpresa da un fatto che solo una madre poteva notare, quando scopre il segreto nascosto delle suore e riesce a far prevalere la ragione alla rabbia, quando usa la schiettezza e non i mezzi termini o i giri di parole per convincere il compagno di suo figlio a parlargli di lui..

Allo stesso tempo, tornando al parallelo tra i due protagonisti c’è Martin che prima sottovaluta Philomena per i motivi descritti prima, poi nota la sua buffa goffaggine nei confronti dei rapporti nella civiltà in cui vivono e sente di aiutare la donna quasi unicamente per un misto di deformazione professionale e nuova occasione lavorativa.. che poi però si sorprende e arrabbia fino a volersi opporre quando si rende conto utilizzare solo il lavoro nei confronti di Philomena sia in realtà un sopruso, si indigna difronte la menzogna e l’ingiustizia, si oppone con le unghie e con i denti a chi manca di rispetto a questa Madre che cerca solo la verità, lotta per un ideale e prende sul personale una questione d’onore. Lui non perdona e non accetta perché forse è la cosa più giusta da fare però in qualche modo rispetta o si sforza di farlo il pensiero di Philomena e anche le sue decisioni perché ha capito lo spessore morale di quella persona.

Secondo me, mi ripeto, la meraviglia comunicativa di questo film è rinchiusa tra definire il giusto peso della leggerezza e la riflessione che induce il parallelo delle vite dei due protagonisti.

Non importa se si viene educati dalle suore, da concetti cristiani e religiosi oppure se si cresce secondo i canoni di un educazione scolastica di primo livello senza credere in punti di vista che si distaccano dalla scienza e dalla logica per come la interpretiamo, quello che conta veramente è la singolarità di ogni persona, la capacità di relazionarsi con il prossimo, la purezza dell’anima che si ricopre, conta la capacità di capire e di pensare, la capacità di osservare e di credere, conta il rispetto per ciò che non è come vorremmo che sia, conta il credere nelle cose che ci sembrano giuste, conta il capire che le persone a volte sbagliano e altre volte sono obbligate a sbagliare, conta capire che il passato non si può cambiare, si può scegliere se accettarlo e farlo nel miglior modo possibile o se scontrarsi contro ad esso e forse rimanere in eterno fermi nel momento dell’impatto..