Film: Talk Radio

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Un film per mille domande

Ho da sempre un debole per le voci nella notte, per le chiacchierate notturne o forse per la notte in generale ma sicuramente per quel mix di
buio e silenzio che si sposa perfettamente con la voce umana.

Tonalità e timbro, spesso anche contenuti (se non altro relativamente alla mia vita) sono molto più caldi, profondi e sensuali la notte rispetto
al giorno. La notte omaggia di intimità, di rispetto, di contorno più di quanto faccia il giorno.

Allo stesso modo sono da sempre attratto dalla radio, da quel mezzo di comunicazione dove se non hai veramente qualcosa da dire difficilmente riesci
a non risultare noioso, dove forse più di ogni altra cosa conta veramente il contenuto. Ovviamente cadenza, sonorità e timbro della voce sono altrettanto
importanti, ma il contenuto probabilmente lo diventa ancora di più.

E’ complicato fare radio, fare un talk radiofonico se non si sa mai cosa dire, se non si è un anima dinamica, certo si possono studiare ed apprendere
tecniche e soluzioni che consentono di restare a galla, ma se si ha nell’istinto o dentro l’anima quel fuoco che si genera quando si può parlare con le
persone, ecco che tutto oltre che risultare naturale risulta terribilmente attraente.

Fin da piccolo la mia storia è accompagnata da questo binomio, radio e notte, da questa forma di comunicazione dove passa in secondo piano il “chi” e rimane
al centro il “cosa”, ho scelto di studiare elettronica perchè sognavo di creare una radio mia, mi sono avvicinato al mondo dei CB perchè adoravo ascoltare
le persone che comunicavano, ho incrociato forse per caso, forse no, diverse trasmissioni anche locali in cui la gente non faceva altro che raccontare e
raccontarsi, sempre alla radio, sempre in un ambiente dove l’aspetto fisico ed emotivo dovuto a canoni di empatia prettamente visivi fosse estremamente
secondario.

I film che hanno come argomento le radio, le trasmissioni radiofoniche, la comunicazione e il suo contenuto fanno facilmente breccia tra le mie emozioni
anche magari con pesi superiori al loro valore puro, forti del coinvolgimento emotivo che mi provocano.

In particolare questo film, Talk Radio, è un film che resterà ben presente nei film che porterò con me, perchè oltre a rinchiudere molto di quanto descritto
sopra, è un film che ha toccato svariate corde della mia personalità.

E’ un film che durante la sua visione ti porta a fare dei pensieri e ragionamenti che, non solo sono ancora attuali, (questo devo dire mi capita abbastanza spesso
essendo un attento selezionatore dei film che decido di vedere) ma che ritengo essere fondamentali nella mia consueta visione della vita di ogni giorno.

Mi ha riportato a pensare ai motivi che spingono le persone a schierarsi in una conversazione, a quelli che spingono le persone a scegliere torto o ragione
basando molta percentuale della loro scelta verso o contro l’interlocutore piuttosto che l’argomento stesso.

Mi ha portato a pensare all’approccio spesso superficiale che abbiamo verso le persone che fanno affermazioni o che prendono posizioni, andando a concentrare
l’attenzione unicamente su ciò che abbiamo letto oppure udito, senza soffermarci neppure un attimo a cercare di ricostruire i perchè, le origini, i motivi
di quelle affermazioni, sia che ci trovino in accordo sia che ci trovino decisamente in disaccordo.

Io credo che a volte, sarebbe necessario fermarsi un attimo per capire le ragioni delle affermazioni, questa piccola “perdita di tempo” credo che venga considerata
così, ci potrebbe rivelare invece aspetti che risultano essere molto più interessanti dell’affermazione stessa. Lo chiamano contesto, ma forse è un termine
pure restrittivo.

Durante lo scorrere del film, mi sono venuti moltissimi pensieri e moltissime domande, tra le righe delle scene mi sono perso a pensare a quelle persone
che danno popolarità e audience perchè dandola hanno la sensazione di riceverla, a quelle che amano andare contro a prescindere ad ogni questione, a quelle
che si schierano per motivi futili e che poi cambiano idea con la stessa semplicità, a quelli che non distinguono tra una domanda senza secondo fine e una
provocatoria, a quelli che non comprendono la domanda ma che rispondono ugualmente, a quelli che in una conversazione cercano una sfida di graduatoria,
a quelli che semplicemente in una conversazione cercano la via di fuga dalla solitudine, a quelli che cercano confronti o risposte.

Questi sono solamente alcuni esempi per dire che mi riesce davvero difficile capire come si possa fermarsi ad osservare solo il guardato, a sentire solo
l’udito, a interpretare solo il letto senza cercare di dare una collocazione a tutto quello che circonda una conversazione.

Ovviamente Talk Radio non è solo questo, ma la moltitudine di esempi trattati nel film, tralasciando gli aspetti politici che forse sono la parte visibile più
visibile del film, quindi quella che richiede minor approfondimento perchè facilmente collocabile, è un film che merita di essere visto perchè caratterizzato
come uno specchio reale della società contemporanea, quindi di ognuno di noi.

Dentro il film c’è sofferenza ed ipocrisia che sembrano essere i pilastri portanti, c’è la denuncia di come siamo tendenzialmente non in grado di accettare
la libertà di parola e opinione nonostante la citiamo come una delle libertà fondamentali per l’essere umano, c’è l’amore contaminato in almeno tre forme di rappresentazione, l’amicizia reale ed interessata, c’è il mercato e il business come supervisore della nostra società, ci sono tutte le sfaccettature dell’animo umano.

Cito come ultimo punto, per un motivo prettamente di secondo fine psicologico, la magnifica figura ed interpretazione del protagonista che oltre la caratterizzazione
del personaggio Barry Champlain di cui si potrebbe scrivere un trattato psicologico fantastico, ha visto un interpretazione straordinaria di Eric Bogosian
che è entrato un maniera perfetta nel personaggio, con empatia reale la visione e la sofferenza che colpiva l’anima di Champlain durante il suo percorso di vita.

Da vedere!

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Visione d’azienda

mi sento molto vicino a questa visione, e quindi ve la ripropongo di seguito:

“Il Management che adotta l’atteggiamento che chiunque è sostituibile, pensando di poter semplicemente noleggiare qualcuno con migliori competenze o qualcuno con un pedigree più prestigioso, ingannano loro stessi. Bisogna puntare sui Best Employee e far aumentare il senso di appartenenza, con la condivisione piena della mission e della strategia aziendale.

 

Un azienda è un organizzazione umana, sviluppata o distrutta dalla qualità dei suoi uomini.“

 

peccato poi però che la messa in pratica di questa visione mi risulti essere così lontana dalla realtà.

a quelli che…

Magari non servirà a nulla perché chi lo fa abitualmente delle mie parole non saprà che farsene..

Magari tra quelli che potrebbero sentirsi coinvolti ci sono anche ottimi attori e fini strateghi che fanno di questo modo di comunicare o di questa sorta di libertà di vivere un fine che giustifica i mezzi.

Magari tra quelli che si sentono rappresentati come persone da quello che sto per scrivere c’è chi esagera inconsciamente o meno e quindi in qualche modo altera il senso profondo che da origine allo sfogo

 

Quello che volevo dire è che stimo enormemente le persone che riescono a commuoversi ascoltando una canzone, leggendo un testo, osservando un quadro, ammirando una scultura o un monumento, guardando uno sconosciuto fare qualcosa, o un animale compiere un gesto o ancora semplicemente scrutando gli spettacoli che la natura ci offre…

 

Quelle che riescono a trarre un emozione dove magari tutti attorno a loro non colgono nessuna magia, quelli che magari soffrono o ridono dove tutti ignorano, quelli che riescono ad ammirare e gioire dei successi o delle gioie altrui, quelli che riescono a percepire attimi, emozioni o anche sofferenze e quelli che riescono a collegarsi con i propri ricordi, senza vergogna.

 

Vorrei urlare una sorta di evviva a tutta quella gente che produce emozioni ma allo stesso tempo a tutta quella che solitamente in uno stato di maggiore penombra, quelle  stesse emozioni sono in grado di coglierle, perché forse più che mai sono loro il vero motore dell’arte nel mondo.
Forse il miglior giudice d’arte del mondo è colui che comunica il suo giudizio nonostante magari cerchi di nasconderlo,  e quello che non vuole a tutti i costi condividerlo in termini tecnici e veicolare la massa ma che lo subisce nel vero senso del termine, sia piacevole o meno.

Mi piacerebbe immaginare un modo che permetta a questo tipo di persone di essere libere di praticare l’essenza dell’arte senza che questa si debba imbattere in giudizi superficiali, ma so che è impossibile e allora mi piacerebbe solo poter dire a queste persone che se ne freghino di quei giudizi e che non permettano loro di inquinare la loro spontaneità e naturalezza, che non ha bisogno di esser spiegata a chi non è in grado di capirla ma semplicemente rispettata in silenzio!