About Pirateria Musicale

“Oggi voglio parlare di musica e pirateria. Cos’`e la pirateria? `E quello
che fa chi ruba il lavoro di un artista senza la minima intenzione
di pagare per quel lavoro. Non mi riferisco ai programmi tipo Napster
per lo scambio di musica, ma a quello che fanno le grandi etichette
discografiche”.
[Courtney Love]
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ESTRATTI DA: NON RUBATE I SOGNI DI SETH GODIN (Seconda Parte)

Visto che il post di ieri, da quanto ho potuto capire è risultato abbastanza interessante vi volevo postare ancora un piccolo estratto che secondo me lo è altrettanto… magari per discuterne l’attendibilità o le vostre impressioni:


3. Ritorno alla scuola (sbagliata)

Centocinquanta anni fa, gli adulti si sono opposti al lavoro minorile. Bambini a basso costo portavano via il lavoro agli adulti.

Sicuramente c’era una qualche forma di indignazione morale quando un bambino di 7 anni perdeva delle dita di una mano o veniva sfruttato sul lavoro, ma la razionalità economica veniva prima. I proprietari delle fabbriche insistevano sul fatto che perdere i bambini lavoratori sarebbe stato catastrofico alle loro industrie e ce la misero tutta per tenere i bambini al lavoro, argomentando che non potevano permettersi di assumere adulti.

Tutto questo fino al 1918, quando venne introdotto il sistema nazionale di istruzione obbligatoria.

Alla base delle ragioni usate per far accettare questa grande trasformazione agli industriali, c’era l’idea che bambini educati
sarebbero diventati lavoratori più compiacenti e produttivi.

Il nostro sistema attuale di insegnare ai bambini a stare seduti in file perfette e di obbedire a delle istruzioni non è infatti casuale: si tratta di un investimento per il nostro futuro economico.
Il piano: scambiare salari a breve termine di bambini lavoratori con una produttività più a lungo termine, dando ai bambini un
vantaggio nell’imparare a fare esattamente quello che gli viene detto.

L’educazione su larga scala non è stata sviluppata per motivare i ragazzi o per creare degli studenti.
È stata inventata per sfornare adulti che avrebbero lavorato bene nel sistema.

La quantità era molto più importante della qualità, idea che avevano anche molti industriali.

Tutto questo naturalmente funzionò. Ne sono seguite molte generazioni di lavoratori produttivi e a tempo pieno. Ma adesso?

Il vincitore del premio Nobel per l’economia Michael Spence ha detto molto chiaramente: ci sono tradable jobs
(fare cose che potrebbero essere fatte da qualche altra parte, come costruire automobili, disegnare sedie, e rispondere al telefono) e non-tradable jobs (come tagliare il prato o cucinare).
C’è qualche dubbio sul fatto che bisogna tenere il primo tipo di lavori nella nostra economia?

Purtroppo Spence riporta che dal 1990 al 2008 l’economia statunitense ha creato solo 600.000 tradable jobs.

Se fai un lavoro dove qualcuno ti dice esattamente cosa devi fare, quel qualcuno troverà sicuramente altre persone meno costose di te per farlo.

E nonostante questo, le scuole stanno sfornando ragazzi che si ostinano a cercare lavori per i quali il capo gli dirà esattamente cosa fare.

Vedete anche voi l’incongruenza?

Ogni anno sforniamo milioni di lavoratori a cui è stato insegnato di fare un lavoro che andava bene anche nel 1925.

Il patto (tirare fuori i bambini dalle fabbriche così da potergli insegnare a diventare degli operai migliori una volta adulti)
ci ha spinto ad intraprendere una corsa che alla fine ci porterà sul fondo.

Alcune persone pensano che dovremmo diventare il paese più economico e semplice per l’approvvigionamento di lavoratori a basso costo e obbedienti che facciano quello che gli viene detto.

Il fondo non è un buon posto dove stare, una volta che ci siete arrivati.

Mentre ci stiamo preparando a celebrare il novantatreesimo anno dell’educazione pubblica universale, a me viene in mente una domanda con cui ciascun genitore e cittadino si dovrebbe confrontare: stiamo approvando, spingendo, o addirittura permettendo che le nostre scuole (incluse la maggior parte di quelle private) continuino in quella strategia sicura ma destinata a morire, di sfornare operai prevedibili, facilmente ricambiabili e mediocri?

Fino a quando accoglieremo (o addirittura accetteremo) test standard, la paura della scienza, tollereremo pochi sforzi nell’insegnare la leadership, e più di tutto, l’imperativo burocratico di trasformare l’educazione nella stessa fabbrica, saremo nei guai.

La rivoluzione post-industriale è qui.

Ci tenete abbastanza ad insegnare ai vostri figli come trarne vantaggio?


Estratti da: Non rubate i sogni di Seth Godin

mi piaceva riportare qui un paio di estratti da un ebook che ho adorato di cui ho parlato spesso, in termini di scuola ed istruzione e che continuo a consigliarne la lettura a tutti, se non altro come stimolo per diverse riflessioni, Non rubate i sogni di Seth Godin, scaricabile e leggibile gratuitamente dal web.

A voi:


4. A cosa serve la scuola?

Sembra una domanda così ovvia che sembra inutile rispondere.
E nonostante questo, ci sono molte risposte possibili.
Eccone alcune (qui mi riferisco alle scuole pubbliche o private largamente diffuse, dalle elementari alle università):

Per creare una società che sia culturalmente coordinata.
Per promuovere la scienza e la conoscenza e continuare ad informarsi per la bellezza di farlo.
Per innalzare la civiltà mentre si danno alle persone gli strumenti per prendere decisioni consenzienti.
Per educare le persone a diventare lavoratori produttivi.
Durante le ultime tre generazioni, sono nate moltissime scuole aperte a tutti, e questo significa che più persone stanno spendendo sempre più ore a scuola rispetto a prima. E i costi di queste scuole stanno crescendo ancora più velocemente, con miliardi di dollari spesi per far sì che le scuola diventi una cosa di massa.

Fino a poco tempo fa, la scuola faceva un ottimo lavoro per portare avanti solo uno di quei quattro obiettivi sociali di cui sopra.
Per prima cosa, analizziamo gli altri tre:

Una società culturalmente coordinata: la scuola non è minimamente capace in questo rispetto ad esempio alla televisione.
C’è un abisso tra l’esperienza culturale in una scuola di città senza fondi e sovraffollata e l’esperienza culturale in una scuola
con discreti fondi della periferia. C’è una significativa distinzione culturale tra uno che abbandona gli studi alle superiori e un
laureato di Yale. Ci sono opinioni discordanti su cose semplici come se sia utile o meno il metodo scientifico: dove siete andati a scuola dice molto su cosa vi è stato insegnato. Se l’obiettivo della scuola è quello di creare una base per una cultura comune, non è proprio riuscita in questo intento, nonostante ne sarebbe stata capace.

Informarsi per la semplice bellezza di farlo: spendiamo una fortuna per insegnare la trigonometria a ragazzi che non la capiscono, non la useranno, e non spenderanno altro tempo delle loro vite a studiare matematica. Investiamo migliaia di ore per insegnare a milioni di studenti narrativa e letteratura, ma finiamo anche con insegnare alla maggior parte di loro a non leggere più per divertimento (uno studio ha dimostrato che il 58 per cento degli Americani non ha più letto per piacere personale dopo essersi diplomato).
Non appena associamo il leggere un libro ad una verifica, abbiamo già sbagliato.

I requisiti per diventare professori universitari sono sempre più alti, ma è anche vero che sforniamo laureati che non sono in grado di insegnare e non sono particolarmente produttivi nella ricerca. Insegnamo un sacco di cose, ma la quantità di conoscenza davvero assorbita è minuscola.

Gli strumenti per prendere decisioni intelligenti: Anche se praticamente tutti nel mondo occidentale sono passati attraverso anni di scuola obbligatoria, vediamo sempre più persone credere in teorie non fondate, decisioni sbagliate dal punto di vista economico, e progetti scadenti per comunità e famiglie. La connessione delle persone con la scienza e le arti è debole a dir poco, e l’acume finanziario del consumatore è penoso. Se l’obiettivo era quello di innalzare gli standard del pensiero razionale, della investigazione scettica, e della creazione di decisioni utili, abbiamo fallito per la maggior parte dei nostri cittadini.

È per questo che sono convinto che la scuola sia stata creata per portare avanti un obiettivo particolare. Lo stesso che la scuola sta portando avanti per centinaia di anni.

I nostri nonni e bisnonni hanno costruito la scuola per insegnare alle persone ad avere un lavoro produttivo che potesse durare tutta la vita come parte dell’economia industrializzata. E ha funzionato.

Tutto il resto è una conseguenza, un effetto collaterale (alle volte un effetto felice) del sistema scolastico che abbiamo costruito per formare la forza lavoro che ci serviva per l’economia industrializzata.


7. La produzione di massa vuole creare massa

Questa frase sembra ovvia, ma ancora ci sorprende che le scuole siano ancora orientate intorno alla nozione di uniformità.
Anche se il mondo del lavoro e la società civile chiedono varietà, il sistema scolastico industrializzato lavora in senso opposto.

Il concetto di massa scolastica industrializzata deve essere ricercato agli inizi di tutto, ai tempi della scuola comune e della
scuola normale e dell’idea di sistema educativo universale. Tutto ciò è stato inventato esattamente nello stesso momento in cui stavamo perfezionando la produzione di massa e parti intercambiabili per arrivare al marketing di massa.

Giusto qualche nozione:

La scuola comune (ora chiamata scuola pubblica) era un concetto totalmente nuovo, creato subito dopo la guerra civile.
“Comune” perchè era pensata per tutti, per i bambini del contadino, per i bambini degli artigiani e per i bambini del commerciante locale.

Horace Mann è generalmente considerato il padre dell’istituzione accademica, ma non ha minimamente dovuto lottare al contrario di quello che si possa pensare, perché gli industriali erano dalla sua parte. Le due più grosse sfide di una nuova economia industrializzata erano quelle di trovare abbastanza lavoratori compiacenti e di trovare clienti entusiasti.
La scuola comune risolse entrambe le cose.

La scuola normale (ora chiamata scuola magistrale) venne inventata per indottrinare gli insegnanti sul sistema della scuola comune, assicurandosi che ci sarebbe stato un approccio coerente nel formare gli studenti. Se questo suona uguale alla nozione di fabbriche che producono cose in serie, o di parti intercambiabili, o alla nozione di misurazione e qualità, questo non è un caso.

Il mondo è cambiato, naturalmente. È invaso da una cultura dominata da un mercato che ha come principio la personalizzazione di massa, che sa come trovare il limite e le cose insolite, e soddisfare i bisogni dell’individuo invece di insistere nel conformismo.

La personalizzazione di massa della scuola non è facile. Abbiamo comunque qualche scelta? Se la produzione di massa e i mercati di massa stanno fallendo, noi non abbiamo assolutamente il diritto di insistere sul fatto che le scuole che abbiamo creato per un’era differente possano funzionare bene anche ora.

Quelli che si preoccupano della vera natura delle scuole, affrontano un po’ di scelte ma è chiaro che una di queste NON ha a che fare con il solito modo di fare business. Un’opzione è quella di creare delle unità più piccole nelle scuole, con un obiettivo meno industriale, dove ciascuna unità possa formare la propria varietà di leader e cittadini. L’altra è un’organizzazione che capisca che la grandezza può essere un fattore positivo, ma solo se l’organizzazione valorizza la personalizzazione invece di combatterla.

La struttura attuale, che cerca un’uniformità a basso costo insieme a degli standard minimi, sta uccidendo la nostra economia,
la nostra cultura, e noi.

Monologhi tratti da Novecento Alessandro Baricco

  • A me m’ha sempre colpito questa faccenda dei quadri. Stanno su per anni, poi senza che accada nulla, ma nulla dico, fran, giù, cadono. Stanno lì attaccati al chiodo, nessuno gli fa niente, ma loro a un certo punto, fran, cadono giù, come sassi. Nel silenzio più assoluto, con tutto immobile intorno, non una mosca che vola, e loro, fran. Non c’è una ragione. Perché proprio in quell’istante? Non si sa. Fran. Cos’è che succede a un chiodo per farlo decidere che non ne può più? C’ha un’anima, anche lui, poveretto? Prende delle decisioni? Ne ha discusso a lungo col quadro, erano incerti sul da farsi, ne parlavano tutte le sere, da anni, poi hanno deciso una data, un’ora, un minuto, un istante, è quello,fran. O lo sapevano già dall’inizio, i due, era già tutto combinato, guarda io mollo tutto fra sette anni, per me va bene, okay allora intesi per il 13 maggio, okay, verso le sei, facciamo sei meno un quarto, d’accordo, allora buona notte, ‘notte. Sette anni dopo, 13 maggio, sei meno un quarto: fran. Non si capisce. È una di quelle cose che è meglio che non ci pensi, se no ci esci matto. Quando cade un quadro. Quando ti svegli, un mattino, e non la ami più. Quando apri il giornale e leggi è scoppiata la guerra. Quando vedi un treno e pensi io devo andarmene da qui. Quando ti guardi allo specchio e ti accorgi che sei vecchio. Quando, in mezzo all’Oceano, Novecento alzò lo sguardo dal piatto e mi disse: “A New York, fra tre giorni, io scenderò da questa nave”. Ci rimasi secco. Fran

Tutta quella città… non si riusciva a vederne la fine…
La fine, per cortesia, si potrebbe vedere la fine?
Era tutto molto bello, su quella scaletta… e io ero grande con quel bel cappotto, facevo il mio figurone, e non avevo dubbi che sarei sceso, non c’era problema.
Non è quello che vidi che mi fermò, Max
È quello che non vidi.
Puoi capirlo? Quello che non vidi… In tutta quella sterminata città c’era tutto tranne la fine.
C’era tutto.
Ma non c’era una fine. Quello che non vidi è dove finiva tutto quello. La fine del mondo.
Tu pensa a un pianoforte. I tasti iniziano. I tasti finiscono. Tu lo sai che sono 88 e su questo nessuno può fregarti. Non sono infiniti, loro. Tu sei infinito, e dentro quegli 88 tasti la musica che puoi fare è infinita.
Questo a me piace. In questo posso vivere.
Ma se io salgo su quella scaletta, e davanti a me si srotola una tastiera di milioni di tasti, milioni e miliardi di tasti, che non finiscono mai, e questa è la verità, che non finiscono mai… Quella tastiera è infinita.
Ma se quella tastiera è infinita allora su quella tastiera non c’è musica che puoi suonare. E sei seduto sul seggiolino sbagliato: quello è il pianoforte su cui suona Dio.
Cristo, ma le vedevi le strade?
Anche soltanto le strade, ce n’erano a migliaia! Ma dimmelo, come fate voialtri laggiù a sceglierne una.
A scegliere una donna. Una casa, una terra che sia la vostra, un paesaggio da guardare, un modo di morire.
Tutto quel mondo addosso che nemmeno sai dove finisce, e quanto ce n’è.
Non avete mai paura, voi, di finire in mille pezzi solo a pensarla, quell’enormità, solo a pensarla? A viverla…
Io ci sono nato su questa nave. E vedi, anche qui il mondo passava, ma non più di duemila persone per volta. E di desideri ce n’erano, ma non più di quelli che ci potevano stare su una nave, tra una prua e una poppa. Suonavi la tua felicità su una tastiera che non era infinita.
Io ho imparato a vivere in questo modo.
La Terra… è una nave troppo grande per me. È una donna troppo bella. È un viaggio troppo lungo. È un profumo troppo forte. È una musica che non so suonare.
Non scenderò dalla nave.
Al massimo, posso scendere dalla mia vita. In fin dei conti, è come se non fossi mai nato.

Poni che

Poni di trovarti sul ciglio di una scogliera, poco sotto, a due metri un mare stupendo, azzurro come il cielo
trasparente che si vede il fondale sabbioso, calmo senza nemmeno un onda… poco più in la una spiaggetta isolata.
La giornata è di quelle tipiche pre estive, caldo ma non troppo, tu sei lì, sul ciglio di questa scogliera che guardi in basso,
non hai altro da fare in questa giornata, non hai impegni per le prossime ore, puoi fare quello che vuoi, sei libero.

Guardi giù e pensi che potresti fare un tuffo..

ad un tratto vedi arrivare una persona in bicicletta, si ferma poco più avanti di dove ti sei fermato tu ad osservare,
si siede sul bordo della scogliera, osserva il mare.
Si alza, si risiede, si rialza…. ti guarda, ti fa un sorriso, risale in bici e se ne va.

poco dopo vedi arrivare un altra persona a piedi, si ferma poco più avanti di dove ti seri fermato tu ad osservare,
si siede sul bordo della scogliera, osserva il mare.
Si alza, fa qualche passo indietro… corre, si tuffa, la sua testa riemerge.. ti guarda, ti fa un sorriso, si dirige verso la spiaggia
cammina verso un sentiero e se ne va.

Tu rimani li, guardi il mare e pensi:

Eppure ci sono persone che pensano di poter dire ad altre persone come sia giusto vivere la loro vita, ci sono persone che direbbero che il ciclista non sa vivere la sua vita, che è un fifone, che avrebbe voluto buttarsi ma non ha avuto il coraggio di farlo e che ha sbagliato.

Eppure ci sono persone che pensano di poter dire ad altre persone come sia giusto vivere la loro vita, ci sono persone che direbbero che il ciclista sa vivere la sua vita, che non si è tuffato perchè non voleva farlo, che tuffarsi sarebbe stato un rishio e che è stato intelligente nel scegliere di non farlo e che ha fatto la cosa giusta.

Eppure ci sono persone che pensano di poter dire ad altre persone come sia giusto vivere la loro vita, ci sono persone che direbbero che la persona a piedi è una persona che sa cosa vuole dalla vita, che non ha paura di correre qualche rischio per raggiungere il suo scopo, che è una persona determinata e sicura di se, che è una persona giusta.

Eppure ci sono persone che pensano di poter dire ad altre persone come sia giusto vivere la loro vita, ci sono persone che direbbero che la persona a piedi è un irresponsabile, un viziato che fa tutto ciò che vuole senza preoccuparsi degli altri, che prima di fare qualcosa bisogna pensare a ciò che quel gesto può produrre al prossimo, che è un istintivo, una persona sbagliata.
Eppure ci sono persone che hanno visto due persone fare due cose diverse, hanno ricevuto due sorrisi, si sono goduti un pò di sole e un panorama magnifico, hanno osservato il mare, ascoltato il vento, e sanno che infondo di quelle due persone, dei loro pensieri, delle loro vite non sanno nulla, sanno però che si sono scambiati due sorrisi e che forse infondo, tutto il resto non conta…
e dopo tutti questi pensieri, te ne torni a casa…

Tratto da “un giorno questo dolore ti sarà utile”

«È che non voglio andare all’università».
«Ma perché?».
«Perché penso che sia una perdita di tempo».
«Una perdita di tempo! L’università?»
«Sì» ho detto. «Almeno per me. Sono sicuro di poter imparare tutto quello che voglio leggendo i libri che mi interessano. Non vedo perché devo passare quattro anni – quattro anni molto costosi – a imparare un mucchio di cose di cui non mi importa niente e che quindi dimenticherò presto, solo per conformarmi a una norma sociale. E poi non sopporto l’idea di passare quattro anni a stretto contatto con gli studenti universitari. Tremo solo all’idea.»

Il problema principale era che non mi piace la gente, e in particolare non mi piacciono i miei coetanei, cioè quelli che popolano l’università. Ci andrei volentieri se ci studiassero persone più grandi. Non sono uno psicopatico (anche se non credo che gli psicopatici si definiscano tali), è solo che non mi diverto a stare con gli altri. Le persone, almeno per quel che ho visto fino adesso, non si dicono granché di interessante. Parlano delle loro vite, e le loro vite non sono interessanti. Quindi mi secco. Secondo me bisognerebbe parlare solo se si ha da dire qualcosa di interessante o di necessario.

Io mi sento me stesso solamente quando sono solo. Il rapporto con gli altri non mi viene naturale: mi richiede uno sforzo.

Io odio la Cappella Sistina. Odio che Michelangelo abbia sprecato il suo talento per arruffianarsi la chiesa cattolica.

La gente pensa che se riesce a dimostrare di aver ragione l’altro cambierà idea, ma non è così.

«Perché non ci vuoi andare (all’università)?»
Era la terza persona in tre giorni che mi faceva la stessa domanda, e sapevo sempre meno cosa rispondere. La nonna ha aspettato pazientemente, fingendo che sul tavolo ci fossero delle briciole da togliere.
Dopo un po’ ho detto: «È difficile spiegare perché non ci voglio andare, posso solo dire che non c’è niente che mi attiri. Non voglio ritrovarmi in quell’ambiente. Ho passato tutta la vita coi miei coetanei e non mi piacciono granché, o forse non mi pare di avere molto in comune con loro. Per imparare mi basta leggere, che in pratica è quello che si fa all’università, e penso di poterlo fare per conto mio, senza sprecare tutti quei soldi. Potrei spenderli meglio, per cose più adatte a me.»
«Ad esempio?» mi ha chiesto.
Non ho risposto perché per un istante mi è balenato che non volevo andare all’università anche per non affrontare i cambiamenti. (…)
«Cos’è che vorresti fare?» mi ha chiesto.
«Vorrei comprarmi una casa» ho detto «Una casetta nel Midwest» (…)
«E in quella casa, cosa faresti?»
«Leggerei. Leggerei tanto, tutti i libri che ho sempre voluto leggere ma non ho potuto perché dovevo andare a scuola, e poi mi troverei un lavoro, ad esempio in una biblioteca o come portiere di notte o roba del genere, e imparerei un mestiere – come il rilegatore, il falegname, il tessitore -, e creerei degli oggetti, degli oggetti belli, e mi occuperei della casa e del giardino».

Odio quando qualcuno dice «Capisco». Non significa nulla ed è vagamente aggressivo. Ogni volta che lo sento in realtà mi suona come un «Vaffanculo».

Le persone felici cucinano bene e creano cose eleganti. Chi è felice non ha voglia di mangiare carne in scatola e frattaglie tritate. Ha voglia di mettere un  vestito che gli doni, non scarpe vecchie e golfoni. Forse lo stato d’animo non influisce sul clima, ma non è detto.

Credo che nel mio cervello ci sia una specie di setaccio che impedisce un rapido (e tanto meno simultaneo) travaso dei pensieri in parole. Un po’ come il filtro nello scarico della vasca da bagno; c’è qualcosa che trattiene i miei pensieri nel cervello, e così bisogna cavarli a forza, come quegli schifosi grovigli di capelli bagnati.

Sembrava che tutti fossero in grado di accoppiarsi, di unire le proprie parti in modi piacevoli e fecondi, ma nella mia anatomia e nella mia psiche c’era qualcosa di impercettibilmente diverso e che mi divideva in modo irrevocabile dagli altri.

Ecco un’altra ragione per cui non voglio andare all’università: non voglio essere uno appena laureato che si dà un sacco di arie per il suo primo «lavoro vero», sbandierando un potere che non ha e credendo che fra un anno o due dirigerà Vogue o Vanity Fair.