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ABITUARSI E ABITUARLI A GIUDICARE

Ieri stavo riflettendo sul momento in cui noi ci troviamo a giudicare.

Credo che sia, nella mia vita, la chiave che più di ogni altra ha determinato le linee guida della mia esistenza.

Come ho scritto nel post precedente, non esiste momento che sia stato più significativo per me, nella mia vita, di quello in cui ho giudicato alcune situazioni.

Ricordo di aver passato tanto tempo chiuso in camera mia a pensare al giudizio che avevo espresso su uno od un altro argomento, su una o un’altra persona, su uno od un altro fatto.

Ricordo di aver analizzato all’infinito le variabili su cui avevo basato il mio giudizio e di aver alcune volte notato come la loro variazione rispetto al tempo che passava, alle diverse consapevolezze che si formavano in me trasformavano, confermavano o ribaltavano il senso di quel giudizio.

Ricordo di essermi odiato, di essermi stimato e di essermi anche perso nel giudicare i miei stessi giudizi.

Ricordo di essermi sentito fiero di me quando avevo rotto l’amicizia più bella che avevo perché la mia migliore amica dell’epoca mi aveva ferito pensando che io l’avessi esclusa volutamente dall’invito ad un incontro con la compagnia, semplicemente perché ignoravo che lei fosse tornata anticipatamente dalle sue vacanze ed io non ero stato messo a conoscenza. Mi sentivo tradito perché se lei sapeva quanto contava per me la nostra amicizia come avrebbe mai potuto pensare che non l’avrei voluta con me e con noi??

Oggi mi dico che se non siamo stati in grado di chiarirci, se io non sono stato in grado di capire quanto anche lei può aver sofferto per questa involontaria esclusione e quanto anche lei avrebbe potuto farsi la stessa domanda che mi sono fatto io, ecco forse quell’amicizia non era così preziosa come credevamo… ma soprattutto che a volte le nostre convinzioni contrapposte alla visione dell’altro vacillano terribilmente.

Di certo oggi non mi sento fiero di me stesso in quella situazione.

 

Ricordo di essermi odiato quando ho fatto di tutto per farmi lasciare da una fidanzata di allora perché non ho avuto il coraggio di farlo io, non ho avuto fiducia in lei per raccontarle dei miei problemi e non l’avevo mai vista come persona che potesse sovrapporre e contrapporre la sua vita con la mia ma come qualcosa che potesse elevare la stima degli altri nei miei confronti, come manifesto della mia leadership all’interno del nostro gruppo…ero il primo ad aver la morosa…

Oggi mi odio perché è una cosa che dovessero fare i miei figli, condannerei in maniera molto “violenta”

Il rispetto per le persone, per l’essere umano e per la donna (ragazza che sia) venduto per una stellina in più sulla figurina dell’album della scuola è un gesto da persona ignobile. Ma oggi lo capisco forse proprio grazie alla vergogna che ho provato a giudicare me stesso qualche anno dopo quella situazione.

 

Ricordo di aver provato a sentire su di me il male che potevo fare agli altri, quando li escludevo, quando li prendevo in giro, quando facevo loro scherzi di buon o cattivo gusto… ricordo di essermi posto il problema cercando di osservarlo dal loro punto di vista, non tanto o non solo da come avrei fatto io al loro posto ma piuttosto come loro potevano sentirsi in quel momento, cercando di immedesimarmi nel loro carattere, nel loro modo di vivere le situazioni.

 

Ricordo che queste circostanze, queste analisi, questo tentativo di osservare la vita degli altri come se fosse la vita degli altri e non come la mia applicata alla loro mi permise di cambiare radicalmente il mio approccio con le persone e il mio modo di osservare.

 

 

Credo che lavorare sul metodo di giudizio delle situazioni, sull’abitudine alla valutazione, sul senso stesso che aggiunge un valore ad una situazione osservata sia un aspetto molto significativo per ogni singolo individuo ed in questo senso penso che abituare i nostri figli ma anche noi stessi a giudicare non a priori ma dove possibile dopo l’esperienza più o meno diretta sia una cosa positiva.

 

Ricordo le sere a casa degli zii dove mio zio, seduto sul divano, si rivolgeva in malo modo a mia zia perché la cena non era ancora pronta. Ricordo il nervoso che mi saliva perché mentre lui stava sul divano lei oltre a cucinare doveva anche preparare la tavola, badare a me dopo che per tutto il giorno aveva svolto i lavori di casa.

Ricordo che mi infastidiva il fatto che lui non sapesse cucinare e che non aiutava nemmeno a far la tavola, e ricordo che giudicando mi dissi “se non fai nemmeno la tavola e non sai cucinare, almeno stai zitto aspettando che sia pronto”… trovavo quei rimproveri sbagliati e dall’elevatissima base ipocrita e da quei pensieri oggi a casa nostra tutti assieme prepariamo e sbrattiamo la tavola e non sopporto che magari i bimbi mentre giocano di la si lamentano che hanno fame mentre magari mia moglie sta cucinando…

 

Qualche tempo fa è capitato che mio figlio mi rimproverasse perché avevo tossito senza mettere la mano davanti la bocca, il suo rimprovero mi ha fatto enorme piacere e mi sono sentito orgoglioso di dirgli “hai ragione” e di permettergli di pensare ad una “Punizione” che noi giocosamente ci assegniamo per cose di questo genere.. niente di serio, lui senza cartoni ed io senza telegiornale sportivo… cose di questo tipo..

 

Io sono felice se i miei figli mi fanno notare quando sono incoerente rispetto a loro e a quello che magari io impongo e credo sia giusto che lo facciano notare, lo vedo come un modo per far capire che l’educazione è un concetto universale non riservato ad adulti e bambini, è giusto che anche loro giudichino i nostri comportamenti e si sentano liberi di esprimere il loro pensiero senza paure.

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