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Testo Canzone: Milano

Non c’è altro da dire mi ha toccato molto in profondità questa canzone, pur non centrando assolutamente niente io con Milano… (ne con Frosinone)

Spesso mi chiedo perché
sto a raccontare i cazzi miei alla gente

non sanno fare niente
neanche le lavatrici

chi ha perso tempo per capire il mondo
e chi ha perso tutto per scoprirsi a fondo

avrei voluto scoprire altri punti di vista

che siamo tutti un po’ folli
facciamo cose strane
diamo agli altri dei pazzi
e poi andiamo a cacciare
esiste un limite alla morale
se ogni abitudine è normale

Milano -Luca Carboni-

Spesso mi chiedo perché

sto a raccontare i cazzi miei alla gente

pensa a quelli come me

che stanno svegli la notte

cercando le frasi per riuscire a parlar di sé

non sanno fare nient’altro

non sanno fare niente

neanche le lavatrici

hanno i maglioni sgualciti

e non guardano nenache la televisione

tranne la notte degli oscar

e qualche film d’azione

così ho invidiato la gente che vive a milano

e le forme di vita di un pianeta lontano

e chi ha perso tempo per capire il mondo

e chi ha perso tutto per scoprirsi a fondo

avrei voluto scoprire altri punti di vista

e come stanno le cose e dove sei te

che cosa pensa tua madre

che cosa pensano i marziani dei capricci terrestri

e di quegli umani buffi

che giocano a sudoku

e si confondono sempre navigando sul web

che siamo tutti un po’ folli

facciamo cose strane

diamo agli altri dei pazzi

e poi andiamo a cacciare

esiste un limite alla morale

se ogni abitudine è normale

così ho invidiato la gente che vive a milano

e le forme di vita di un pianeta lontano

e chi ha perso tempo per capire il mondo

e chi ha perso tutto per capirsi a fondo

avrei voluto scoprire altri punti di vista

e come stanno le cose e dove sei te

e adesso che non ci sei più

io ti racconterò di me

adesso che mi guardi dalle nuvole

che cosa penserai di me

adesso che non ci sei più

adesso che mi guardi dalle nuvole

così ho invidiato la gente che vive a milano

e le forme di vita di un pianeta lontano

e chi ha perso tempo per capire il mondo

e chi ha perso tutto per capirsi a fondo

avrei voluto scoprire altri punti di vista

e come stanno le cose e dove sei te

e dove sei te

 

 

Film: Talk Radio

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Un film per mille domande

Ho da sempre un debole per le voci nella notte, per le chiacchierate notturne o forse per la notte in generale ma sicuramente per quel mix di
buio e silenzio che si sposa perfettamente con la voce umana.

Tonalità e timbro, spesso anche contenuti (se non altro relativamente alla mia vita) sono molto più caldi, profondi e sensuali la notte rispetto
al giorno. La notte omaggia di intimità, di rispetto, di contorno più di quanto faccia il giorno.

Allo stesso modo sono da sempre attratto dalla radio, da quel mezzo di comunicazione dove se non hai veramente qualcosa da dire difficilmente riesci
a non risultare noioso, dove forse più di ogni altra cosa conta veramente il contenuto. Ovviamente cadenza, sonorità e timbro della voce sono altrettanto
importanti, ma il contenuto probabilmente lo diventa ancora di più.

E’ complicato fare radio, fare un talk radiofonico se non si sa mai cosa dire, se non si è un anima dinamica, certo si possono studiare ed apprendere
tecniche e soluzioni che consentono di restare a galla, ma se si ha nell’istinto o dentro l’anima quel fuoco che si genera quando si può parlare con le
persone, ecco che tutto oltre che risultare naturale risulta terribilmente attraente.

Fin da piccolo la mia storia è accompagnata da questo binomio, radio e notte, da questa forma di comunicazione dove passa in secondo piano il “chi” e rimane
al centro il “cosa”, ho scelto di studiare elettronica perchè sognavo di creare una radio mia, mi sono avvicinato al mondo dei CB perchè adoravo ascoltare
le persone che comunicavano, ho incrociato forse per caso, forse no, diverse trasmissioni anche locali in cui la gente non faceva altro che raccontare e
raccontarsi, sempre alla radio, sempre in un ambiente dove l’aspetto fisico ed emotivo dovuto a canoni di empatia prettamente visivi fosse estremamente
secondario.

I film che hanno come argomento le radio, le trasmissioni radiofoniche, la comunicazione e il suo contenuto fanno facilmente breccia tra le mie emozioni
anche magari con pesi superiori al loro valore puro, forti del coinvolgimento emotivo che mi provocano.

In particolare questo film, Talk Radio, è un film che resterà ben presente nei film che porterò con me, perchè oltre a rinchiudere molto di quanto descritto
sopra, è un film che ha toccato svariate corde della mia personalità.

E’ un film che durante la sua visione ti porta a fare dei pensieri e ragionamenti che, non solo sono ancora attuali, (questo devo dire mi capita abbastanza spesso
essendo un attento selezionatore dei film che decido di vedere) ma che ritengo essere fondamentali nella mia consueta visione della vita di ogni giorno.

Mi ha riportato a pensare ai motivi che spingono le persone a schierarsi in una conversazione, a quelli che spingono le persone a scegliere torto o ragione
basando molta percentuale della loro scelta verso o contro l’interlocutore piuttosto che l’argomento stesso.

Mi ha portato a pensare all’approccio spesso superficiale che abbiamo verso le persone che fanno affermazioni o che prendono posizioni, andando a concentrare
l’attenzione unicamente su ciò che abbiamo letto oppure udito, senza soffermarci neppure un attimo a cercare di ricostruire i perchè, le origini, i motivi
di quelle affermazioni, sia che ci trovino in accordo sia che ci trovino decisamente in disaccordo.

Io credo che a volte, sarebbe necessario fermarsi un attimo per capire le ragioni delle affermazioni, questa piccola “perdita di tempo” credo che venga considerata
così, ci potrebbe rivelare invece aspetti che risultano essere molto più interessanti dell’affermazione stessa. Lo chiamano contesto, ma forse è un termine
pure restrittivo.

Durante lo scorrere del film, mi sono venuti moltissimi pensieri e moltissime domande, tra le righe delle scene mi sono perso a pensare a quelle persone
che danno popolarità e audience perchè dandola hanno la sensazione di riceverla, a quelle che amano andare contro a prescindere ad ogni questione, a quelle
che si schierano per motivi futili e che poi cambiano idea con la stessa semplicità, a quelli che non distinguono tra una domanda senza secondo fine e una
provocatoria, a quelli che non comprendono la domanda ma che rispondono ugualmente, a quelli che in una conversazione cercano una sfida di graduatoria,
a quelli che semplicemente in una conversazione cercano la via di fuga dalla solitudine, a quelli che cercano confronti o risposte.

Questi sono solamente alcuni esempi per dire che mi riesce davvero difficile capire come si possa fermarsi ad osservare solo il guardato, a sentire solo
l’udito, a interpretare solo il letto senza cercare di dare una collocazione a tutto quello che circonda una conversazione.

Ovviamente Talk Radio non è solo questo, ma la moltitudine di esempi trattati nel film, tralasciando gli aspetti politici che forse sono la parte visibile più
visibile del film, quindi quella che richiede minor approfondimento perchè facilmente collocabile, è un film che merita di essere visto perchè caratterizzato
come uno specchio reale della società contemporanea, quindi di ognuno di noi.

Dentro il film c’è sofferenza ed ipocrisia che sembrano essere i pilastri portanti, c’è la denuncia di come siamo tendenzialmente non in grado di accettare
la libertà di parola e opinione nonostante la citiamo come una delle libertà fondamentali per l’essere umano, c’è l’amore contaminato in almeno tre forme di rappresentazione, l’amicizia reale ed interessata, c’è il mercato e il business come supervisore della nostra società, ci sono tutte le sfaccettature dell’animo umano.

Cito come ultimo punto, per un motivo prettamente di secondo fine psicologico, la magnifica figura ed interpretazione del protagonista che oltre la caratterizzazione
del personaggio Barry Champlain di cui si potrebbe scrivere un trattato psicologico fantastico, ha visto un interpretazione straordinaria di Eric Bogosian
che è entrato un maniera perfetta nel personaggio, con empatia reale la visione e la sofferenza che colpiva l’anima di Champlain durante il suo percorso di vita.

Da vedere!

Tempo di Vita

Complice questo post di Diemme che mi ha riportato automaticamente ad un ricordo, ci tenevo a diffondere qui queste parole che mi hanno colpito dal primo momento in cui le ho incontrate:

Perché quando compro qualcosa non la compro con i soldi, ma con il tempo della mia vita che è servito per guadagnarli. E il tempo della vita è un bene nei confronti del quale bisogna essere avari. Bisogna conservarlo per le cose che ci piacciono e ci motivano. Questo tempo per se stessi io lo chiamo libertà. E se vuoi essere libero devi essere sobrio nei consumi. L’alternativa è farti schiavizzare dal lavoro per permetterti consumi cospicui, che però ti tolgono il tempo per vivere

Josè Mujica

A volte una canzone..

Capita che oggi tornando a casa dal lavoro mentre guidavo i miei pensieri vengono catturati da questa canzone:

“Ricominciare da meno di zero
e finalmente sollevare il velo
e raccontarvi veramente non l’immagine vincente
che la gente prova a vendere di sé”

“copiare te stesso libera meno dolore
che farsi tagli nel cuore
nel sangue cercare le parole

É il caso che mi ripigli
o che mi ripigli per caso”

e non solo queste parole, le altre, il tono con cui sono cantate
il timbro e la forza della voce mi hanno colpito molto.

A ascoltando le parole e trasformandole in immagini mi sono ricordato di quando, nei miei momenti bui,
mi piaceva andarmene da solo a camminare tra i monti dietro casa, fino ad arrivare a guardare la città dall’alto.

Ho sempre amato vedere le città dall’alto, ma non da un altezza assurda, di quelle in cui tutto è minuscolo e così lontano
da sembrarti finto, povero, poco potento… da un altezza in cui puoi percepire, puoi vedere… in cui l’orizzonte è ampio
e lo sguardo non basta, in cui per vedere veramente tutto quello che c’è attorno a te devi chinare la testa.

Dall’alto ma non troppo, dove tu riesci a vedere ma probabilmente nessuno riesce a vedere te, ricordo che osservavo
la città, le luci nelle case, le finistre aperte, le bici che passavano, le persone a piedi, le strade e le auto che
rispondevano all’odine dei semafori e verso l’orizzonte, in lontananza il mare, e qualche volta qualche barca e qualche volta
qualche nave.

Ricordo che in quegli istanti mi chiedevo, quante vite stavo osservando…

quante persone, quante storie, quante scelte, quanti momenti, quanti sentimenti potevo vedere da lontano e quanti pur esistendo
non riuscivo a vedere e percepire???

queste domande mi emozionavano, perchè consideravo che per ogni piccola parte di città da li potevo intuire come la vita sia
imprevista e imprevedibile, sia avvicinabile e irragiungibile.

E allora svoltavo i miei pensieri verso ciò che era al mio fianco, più vicino, più tangibile e pensavo che se mi fossi messo a
raccogliere tutti i sassi che c’erano e li avessi sparsi uno vicino all’altro avrei probabilmente creato un sentiero dove prima
c’erano solo erbacce e che quel sentiero prima o poi qualcuno avrebbe potuto percorrerlo.

Allo stesso modo pensai che se avessi scavato tanto avrei potuto costruire la base per uno stagno e in quello stagno prima o poi
qualche essere vivente avrebbe potuto trovare un oasi di pace o ristoro, o perchè no, anche la vita o la morte.

se decidevo di non far nulla tutto sarebbe rimasto così com’era.

E così dopo diverse giornate dedicate a questo tipo di pensieri decisi che forse potevo prendere in mano la mia vita.

“Ricominciare da meno di zero” è sempre possibile e a volte oltre che ad esser possibile è una autentica possibilità da cogliere
che a volerla vedere tutta fino in fondo in alcuni casi e perfino meglio che non averla mai, quella possibilità.

“raccontarvi veramente non l’immagine vincente
che la gente prova a vendere di sé” è qualcosa che probabilmente non puoi fare se non hai raccontato ciò che non sei, ma non solo
alle altre persone, prima di tutto a te stesso… se non hai toccato dolore e sofferenza corri il rischio di non accorgerti
che infondo prendi in giro te stesso guardandoti in uno specchio che non riflette

“copiare te stesso libera meno dolore
che farsi tagli nel cuore” trovare forza e coraggio per essere se stessi senza temere i giudizi di chi ti circonda e infondo di te
non gli importa nulla dovrebbe essere un traguardo per ogni esistenza, e se non si è competitivi almeno un ambizione

“É il caso che mi ripigli
o che mi ripigli per caso” perchè di fatto non ha importanza come e perchè accade, a volte basterebbe accettare che la vita non la
dominiamo e gestiamo come ci piacerebbe ma che in ogni caso possiamo sempre scegliere come affrontare ciò che ci pone davanti, e
se la scelta è veramente la nostra, in quel moemnto non potremmo far di meglio, anche fosse quella sbagliata.

Alla fine di tutto questo ho pensato che “facile parlar così” perchè io oggi sono una persona felice e serena…

sì forse si, forse è vero, che in determiante condizioni analizzare con calma, distacco e pacatezza una situazione è molto, molto
più semplice ma è anche altrettanto vero che quelle determinate condizioni sono arrivate perchè di fatto il percorso
era indirizzato verso la vita e quello che in questo tempo possiamo provare a fare, o forse e potrebbe anche essere, si tratta
di semplicemente di un pò di fortuna…
… analizzando i fatti, che differenza fa?!?!?

Tu lo sai

Da sempre cerchiamo di stabilire regole, identificare situazioni o catalogare rapporti e circostanze che a parità di punti comuni possano apparire alla nostra mente come condizioni ripetibili.

Questa ricerca ha portato a definire degli standard nel lavoro, nella vita così come nei rapporti attraverso i quali ci osserviamo e commentiamo.

Gli standard servono per identificare e identificarsi.

Io sono sempre molto attratto da tutto ciò che è fuori standard, da tutto ciò che viaggia attorno alla regola, all’abitudine, alla routine ed in questo senso penso che tutto questo sia la prima possibilità e il primo regalo che la vita può farci durante il suo percorso.

Conoscere e scoprire quello che viene ignorato, perchè non si può valutare e conoscere tutto, perchè non si possono osservare e dominare tutte le variabili, perchè non si possono rinchiudere le sfaccettature dell’essere umano se non generalizzando alcuni tratti delle nostre personalità, diventa parte della magia della vita.

La magia che rende la vita meravigliosa.

Per assistere a questa magia l’unico tratto distintivo richiesto è quello di credere, o forse, in realtà quello di non credere che non sia possibile.

Perchè credere all’impossibile rischia di trasformare la magia in illusione, ma credere che non sia impossibile permette alla magia di collegarsi alla vita, permette all’essere umano di vivere e vedere esperienze sconosciute o rinnegate da chi non crede o da chi crede nel termine impossibile.

E allora, forse, la cosa importante non diventa tanto credere, quanto, non credere che non sia possibile.

Restare in ascolto, senza preventivamente chiudere o socchiudere nessuna possibilità, ne quelle chiare e luminose ne quelle oscure, considerare possibile tutto, compreso l’ignoto, considerare non possibile il concetto di impossibile, sentirsi pronti a rivedere ogni certezza e a ridiscutere ogni assunto del nostro io più profondo ma anche di quello più superficiale e fare lo stesso cercando di proiettarci ma non sostituirci alla vita delle persone che ci stanno attorno è semplicemente una filosofia che permette, qualora ce ne fosse l’occasione, di non lasciar sfuggire quei segni, quelle situazioni, quei momenti che una visione puramente concreta non può percepire semplicemente perchè non ne ammette l’esistenza.

Tutto questo mi ha permesso di conoscere una persona che gli occhi non hanno mai visto faccia a faccia, le orecchie non hanno mai sentito voce a voce ma evidentemente qualche estraneo potere dell’anima non ha usufruito di quel tipo di standard per stabilire un contatto che nel tempo è divenuto tanto naturale quando fondamentale.

Quest’importanza ci porta a capire quanto concetti determinanti e ritenuti insostituibili nelle fondamenta della nostra esistenza come possono essere tempo e distanza, vista e udito, contatto e condivisione possano esistere anche senza gli standard che nel corso della storia abbiamo loro attribuito.

E’ la magia della vita, è ciò che può arrivare a rendere il tempo superfluo, la distanza un dettaglio, la vista marginale, l’udito trascurabile, il contatto non necessario, la condivisione esistente in forme non così comuni.. e questo, forse,  è ciò che permette all’essere umano di essere essenza di vita sotto forma di emozione, è ciò che contribuisce a dare un senso a tutto quanto, anche se infondo, questo senso non sappiamo proprio spiegarlo..

Auguri Morgana!

 

 

PADRI vs PADRI : Filosofie e dintorni

 

L’altra sera si stava discutendo tra alcuni amici (tutti padri) della “filosofia” con cui si affronta il ruolo.

 

L’argomento centrale era quasi un incontro / scontro tra filosofie differenti.

Nell’angolo destro io ed il mio migliore amico (che per me è praticamente un fratello, il fratello che non ho mai avuto) mentre nell’angolo sinistro altri due amici storici del nostro gruppo.

L’incontro riguardava la filosofia del nostro essere padri.

Tutto è nato dalla loro “protesta” ad alcuni nostri rifiuti o rinvii per alcuni incontri da loro proposti.

Questione di filosofie di vita.

 

Loro ogni volta che per qualsiasi motivo si trovano ad esser soli con i figli vanno in paranoia, quindi se la moglie o compagna in quel momento non è in casa o disponibile la loro soluzione al problema è portare i figli dalle nonne/i. Trovano mille motivazioni, dall’andare a corre alla partita con gli amici, dalla stanchezza all’appuntamento per commissioni di più o meno vario genere, dalle visite mediche e affini all’invenzione del momento. Sostengono che lavorando tutto il giorno sia quanto meno dovuto questo o questi momenti di svago per il corpo e per la mente, cosa di fatto non sbagliata, ma che sorprende per la straordinaria concomitanza con i momenti in cui sarebbero stati da soli con i loro figli.

 

Noi siamo dall’altra parte vuoi per un’altra straordinaria non concomitanza dello stesso verificarsi delle situazioni invece rinunciamo all’impegno per stare con i nostri figli, ma lo facciamo senza pensarci su troppo, per il semplice fatto che ci sembra giusto e che passare del tempo con i nostri bambini è un’occasione e non un qualcosa da temere. Di fatto non sarà sempre solo gioco, sempre e solo piacere, ci saranno giorni in cui noi o loro saranno nervosi, altri in cui noi o loro saremmo non allineati sugli intenti ma questo è essere esseri umani, non solo essere padri e figli. Non da meno la considerazione che le nostre mogli debbano e possano avere le stesse nostre esigenze, in quanto crescere dei figli oltre ad essere meraviglioso alle volte ha quel incondizionato riflesso di essere anche snervante, quindi il tempo libero serve tanto a noi quanto a loro.

 

Ora non intendo soffermarmi tra pro e contro delle filosofie ne sullo stilare graduatorie di merito, mi colpiva invece andare a ricercare ciò che sta all’origine della diversità, almeno per quanto mi riguarda e in buona parte per quanto riguarda anche il mio migliore amico, visto che siamo cresciuti praticamente come due fratelli.

Ricercando i motivi su cui potesse basarsi la nostra filosofia ho potuto notare la stessa base costruita su un infanzia particolare..  entrambi abbiamo costruito il nostro futuro allora, presente e passato senza avere delle base solidissime derivanti dalle nostre famiglie per vicissitudini che ora non andrò a raccontare.

Siamo cresciuti assieme ed in pratica per lunghissimi tratti l’uno è stato la famiglia dell’altro, abbiamo sempre dovuto “arrangiarci” per avere le cose che desideravamo.

Gli altri nostri due amici hanno avuto un infanzia più “standard” basata sugli eventi tipici di crescita in famiglie che potrei definire “normali”.

 

Io ho costruito la mia educazione sul giudizio che formavo dalle vite delle persone che vedevo, che mi circondavano (anche esterne alla mia famiglia ovviamente). Ho costruito i punti della mia visione delle cose sottolineando a me stesso le cose che mi piacevano quando osservavo persone comportarsi ed agire in un determinato modo e allo stesso modo ho cercato di inseguire la coerenza quando ero contrario ad alcuni atteggiamenti cercando di non far l’errore di criticarli agli altri ma perdonarli a me stesso.

Non so se per il mio migliore amico sia valsa la stessa “regola di apprendimento” so che siamo simili ma in molte cose anche diversi.

 

Presumo che per i nostri amici invece una percentuale di impatto educativo sia derivata da quanto impartito in famiglia, la parte composta dalla percentuale rimanente potrebbe essere formata da svariate possibilità ed ipotesi.

 

Questo di primo impatto mi ha fatto un po’ preoccupare perché io ho sempre creduto nel valore della famiglia e nelle sue responsabilità educative; di fatto però l’analisi del nostro parallelo mi sottolinea che probabilmente nulla insegna tanto quanto l’esperienza diretta.

 

La soggettività è un aspetto incontrollabile che però gioca un ruolo cruciale.

 

E’ quindi  molto complicato stabilire una sorta di regola o graduatoria di incidenza per l’educazione dei figli o di noi stessi, ma credo che questa difficoltà dovrebbe essere uno stimolo a porre ancora più attenzione invece che una giustificazione per lasciarne ad altri la responsabilità.

Libri: Il cigno Nero (Nassim Nicholas Taleb) Parte I

Da qualche tempo non sono molto costante con i post, in genere non sono mai stato
persona da post a raffica, perchè non mi viene sempre facile raccontare e
raccontarmi.. molto più semplice commentare e confrontarsi su basi e questioni
fornite da altri, quindi derivate dall’ascolto o dalla lettura e conseguenti ad
un approccio di ragionamento.

Oltre alla vita quotidiana e all’impegno dello studio da apprendista genitore
e oltre all’impegno del lavoro che prosciuga energie mentali, nell’ultimo periodo
mi sto perdendo nei ragionamenti che la lettura di un libro, che definiscono saggio,
mi sta stimolando.

Di fatto è una cattura non totalmente positiva, nel senso che non è una di quelle letture
che ti fa sentire bene, che profuma di primavera, che ti spinge obbligandoti a proseguire.
Non è una di quelle letture che ti fa viaggiare con la mente e di mette tra le mani la
tavola dei colori e ti pone difronte ad un foglio bianco.

E’ una di quelle letture che ti scava dentro o che ti fa scavare dentro, a volte destabilizza
altre interroga, altre ancora risponde.

La prima cosa che mi sento di dire è che forse come mai prima (non che avessi affrontato mai chissà che letture, ai tempi scolastici ero il classico ragazzo che leggeva solo sotto tortura oppure solo “gazzette dello sport”) è che ho riconosciuto descritto nel libro quello che il mio consueto approccio alle questioni della mia vita.

Ho riconosciuto quello che passa nella mia mente ogni volta che mi trovo ad affrontare, analizzare una situazione qualsiasi della vita, sia empirica, sia logica, morale, di cuore o professionale.

Il libro definisce questo approccio, che trovo molto mio così: da “Scettici pirroniani”

Ecco, diciamo che non mi era mai capitato prima di ritrovare illustrata la mia filosofia in maniera così vicina a quella che sento essere la mia applicazione della stessa.

Potrei arrivare a dirmi di sentirmi uno “Scettico pirroniano” almeno per definizione globale, sento che si avvicina moltissimo al mio me stesso di oggi.

ovviamente per affermarlo con maggior senso dovrei, prima finire il libro, e poi documentarmi bene sui confini di questi termini di cui fino a pochi giorni fa ignoravo pure l’esistenza.

Come al solito ci sono alcuni passaggi del libro che ho appuntato nel mio quaderno delle frasi, ve ne voglio lasciare alcuni di seguito, perchè credo che mi servirà più di un post per questa lettura..

Ecco le frasi che mi hanno colpito di più:

• Prima della scoperta dell’Australia gli abitanti del Vecchio Mondo erano convinti che tutti i cigni fossero bianchi: una convinzione inconfutabile, poiché sembrava pienamente confermata dall’evidenza empirica.
La vicenda evidenzia un grave limite del nostro apprendimento basato sulle osservazioni e sull’esperienza, nonché la fragilità della nostra conoscenza.
Una sola osservazione può confutare un’asserzione generale ricavata da millenni di avvistamenti di milioni di cigni bianchi. Basta un solo (e, a quanto pare, piuttosto brutto) uccello nero

• L’idea centrale di questo libro riguarda la nostra cecità al caso, e in particolare alle grandi deviazioni. Perché noi, scienziati e non scienziati, persone dotate e persone normali, siamo portati a osservare i dettagli invece che il quadro generale? Perché continuiamo a concentrarci sulle minuzie e non sui grandi eventi possibili, nonostante la loro enorme influenza sia evidente?

• Un altro limite umano deriva dall’eccessiva attenzione che riserviamo a ciò che sappiamo: tendiamo ad apprendere lo specifico, non il generale.

• Il problema sta nella struttura della nostra mente: non apprendiamo regole ma fatti, solo fatti. Pare che non siamo molto bravi a recepire le metaregole (come la regola per cui abbiamo la tendenza a non apprendere le regole). Disprezziamo appassionatamente ciò che è astratto.

• I libri non letti sono molto più preziosi di quelli letti. Una biblioteca dovrebbe contenere tutti i libri su argomenti sconosciuti che i nostri mezzi finanziari, le rate del mutuo e le difficoltà del mercato immobiliare ci consentono di acquistare.

• La categorizzazione causa sempre una riduzione della complessità reale.

• Pensate a un tacchino a cui viene dato da mangiare tutti i giorni. A ogni pasto si consolida la sua convinzione che una regola generale della vita sia quella di essere sfamati quotidianamente da membri amichevoli della razza umana.
Poi però, il pomeriggio del mercoledì che precede il giorno del Ringraziamento, al tacchino succede una cosa imprevista, che lo spinge a rivedere le sue idee.

Dubitando delle conseguenze di un risultato, potete rimanere imperturbabili. Gli scettici pirroniani erano cittadini tranquilli che, per quanto possibile, seguivano gli usi e le tradizioni, ma cercavano di imparare a dubitare sistematicamente di tutto e di raggiungere così un certo livello di serenità. Erano prudenti nelle loro abitudini, ma accaniti nella lotta contro il dogma

• Uno degli acronimi utilizzati nella letteratura medica è «Ned», che sta per «No Evidence of Disease», ossia «nessuna prova di malattia». Non esiste una «prova di nessuna malattia»

• È fuorviante costruire una regola generale sulla base di fatti osservati.

• Mille giorni non possono dimostrare che avete ragione, ma un solo giorno può dimostrare che avete torto.
• Se siete terribilmente assetati, una bottiglia d’acqua aumenta decisamente il vostro benessere. Più acqua significa più piacere. E se vi dessi una cisterna d’acqua? Ovviamente il vostro benessere diventerebbe rapidamente
insensibile a quantità ulteriori. Infatti, se vi facessi scegliere tra una bottiglia e una cisterna, preferireste la bottiglia. Il piacere, quindi, diminuisce con l’aumentare della quantità.