Il migliore

A: Lo so che noi siamo i migliori, che in altri reparti non capiscono nemmeno perché vivono, ma questo non basta, non dobbiamo mollare perché qui vogliono distruggere il nostro ufficio.

B: Si, ma non puoi chiedere a noi di rimediare agli errori degli altri, non possiamo prenderci colpe di altri reparti se loro non sono in grado di lavorare, io faccio il mio ma se gli altri non fanno il loro poi anch’io mi stufo…

A: Lo so, ma il nostro compito è anche quello di limitare e rimediare gli errori degli altri.

C: Ma B, tu non devi guardare a quello che fanno gli altri o a come lo fanno, per questo c’è il loro capo sessione, tu devi guardare il tuo lavoro e farlo bene.

B: Non è così perché se io faccio il mio lavoro e poi XX che non fa il suo rovina anche il mio…

C: E’ un problema di XX non tuo, tu il tuo lavoro lo hai fatto bene, di che cosa hai paura?

A: Non basta farlo bene, se il lavoro va male la colpa ricade su tutti….

C: Perché c’è ignoranza e inefficienza di chi valuta quel lavoro…

A: Non è vero, perché chi valuta non ha tutti gli elementi per valutare, non può sapere tutto, non può documentarsi su tutto, valuta il lavoro andato male e fa ricadere la colpa su tutti i coinvolti…

C: Abbiamo detto di fatto la stessa cosa…

A: Cosa vuoi dire…

C: non ha senso spiegarlo un’altra volta..

 

Perché nelle aziende Italiane (perché queste conosco) non si riesce a lavorare senza il noi/voi senza l’attribuirsi un valore determinandolo sullo specchio del collega, perché si deve dimostrare di essere i migliori a parole e non è sufficiente essere fieri di fare bene il proprio mestiere? Ma soprattutto…

Il migliore o i migliori, cosa sono?? Cosa vuol dire essere il migliore????

 

Io credo che sia un titolo inevitabilmente temporale, fine a se stesso e forse terribilmente dannoso perché inconsciamente legato ad un concetto di arrivo.

Assurdo se si pensa che la storia è tale perché ha un evoluzione, la vita è tale perché ha un evoluzione…

 

Essere il migliore significa essere stato per un momento il più capace??  Ma il momento dopo??

Non sarebbe meglio avere come obiettivo quello di cercare di migliorarsi sempre sempre dover per forza raggiungere una fine??

36 pensieri riguardo “Il migliore”

  1. Ecco… il mio pensiero, leggendo questo post, è un misto di due affermazioni:

    “C: Ma B, tu non devi guardare a quello che fanno gli altri o a come lo fanno, per questo c’è il loro capo sessione, tu devi guardare il tuo lavoro e farlo bene.”

    E… “Non sarebbe meglio avere come obiettivo quello di cercare di migliorarsi sempre sempre dover per forza raggiungere una fine??”

    Ovviamente parlo in astratto, non della questione specifica, ma credo che partire da noi stessi sia fondamentale. In ogni cosa.

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    1. concordo perfettamente… è una chiave primaria secondo me, intendo uno di quegli aspetti che determinano la descriminante tra vivere la propria vita e quella che gli altri ti disegnano addosso… non vuol dire non mettersi in discussione o non confrontarsi con gli altri, ma vuol dire cercare di essere consapevoli di quello che si fa e sopratutto del perchè si è scelto di farlo..

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  2. Io sono d’accordo col fatto che se uno lavora male poi questo male ricade su tutti: se uno costruisce bene mezza nave, poi comunque la nave affonda e il conto lo pagano tutti. Generalmente chi è delegato a controllare e verificare se ne infischia, e il lavoro che ne esce è mediocre, anche se non tutti quelli che hanno contribuito sono mediocri: l’eccellenza si perde nel mare, anzi, nell’oceano della mediocrità e inefficienza.

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    1. quello che non capisco è: è sempre stato così?? l’eccellenza è mai esistita? le strutture nelle grandi aziende ed organizzazioni mi sembrano presentare tutte il medesimo problema.. è un qualcosa di arginabile, è un errore di fondo che viene nascosto dai “casi fortunati” o cos’è???

      e poi, fino a che punto è giustificabile o accettabile il fatto che chi dovrebbe “supervisionare” non ha la più pallida idea dei punti chiave e realmente importanti su cui basare la sua “supervisione”??

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      1. moltissime volte mi sono sentito dire: “vedi, il tuo capo non deve sapere quello che fai o conoscere bene le caratteristiche del tuo lavoro, non è quello il suo compito” e alla mia risposta più o meno piccata “e allora mi spiega come diavolo fa a valutarmi, a valutare il mio lavoro” non ho mai ricevuto risposta soddisfacente… da qui ne deriva la considerazione che sembra sia “tollerabile”.. per me rimane assurdo….

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      2. Il responsabile non deve conoscere il dettaglio, un dirigente non è un tuttologo e non deve essere necessariamente uno a conoscenza di “come” il sottoposto porta avanti il lavoro, ma deve saper valutare su funziona o non funziona, e soprattutto deve conoscere il professionista: chiaro che tutti possiamo sbagliare, ma generalmente si sa chi è un pecione e chi è preciso, professionale e competente. Il capo deve anche sapere come i vari pezzi di lavoro si devono incastrare l’uno con l’altro, deve “coordinare” nel senso più stretto del termine. Certo, nei nostri uffici spesso è utopia…

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      3. io son combattuto, cioè in senso generale concordo ma per me un capo/responsabile di un settore non può essere totalmente estraneo a quel settore… cioè il responsabile di un laboratorio non può nelle precedenti esperienze esser stato a capo di una brigata di cuochi… questo per dire ok non conoscere il dettaglio ma conoscere le fasi della lavorazione, le criticità ecc ecc beh, in questo per me è indispensabile che ne sia a conoscenza, perchè valutare in senso generale i suoi sottoposti è un conto, capirne le potenzialità e sfruttarle un altro… cioè per stabilire la competenza, la stessa deve per forza appartenerti… o sbaglio??

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      4. Erik, io ho un dentista che reputo eccezionale. Io nonn capisco un tubo né di medicina né di odontoiatria, ma lui è uno che ascolta il paziente, individua subito il problema, ha un rispetto enorme per i denti (27 anni che sono sua paziente, e ho ancora i miei 32 denti, non è uno dalla capsula o devitalizzazione facile insomma). Quando fa un’otturazione è un’opera d’arte, mastico subito bene, non è né troppo alta né troppo bassa. Quelle pochissime otturazioni dopo vent’anni sono sempre lì, intatte: posso dire che è un ottimo dentista pur non capendo un accidente del suo lavoro, che non saprei fare in alcun modo?

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      5. dettaglio meglio la mia risposta: un altra persona B va dal tuo stesso dentista ma ha un opinione opposta alla tua, la dettaglia nei fatti come hai fatto tu rendendola credibile… io conosco bene si a te che lei e diciamo che siete due persone che hanno la mia fiducia… a questo punto il dentista è bravo o meno?? ci vado io che ne capisco come te e come B (che do per scontato che sia allineata a noi) e mi faccio una mia idea… di fatto però soltanto uno che fa lo stesso mestiere può giudicare l’operato del dentista… altro fatto è che non è detto che quel giudizio sia imparziale… ma per giudicare è necessario conoscere… poi tu mi potrai dire che ti trovi o ti sei trovata sempre bene e che per te lui è bravo.. ma il giudizio seppur attendibile sarà sempre parziale perchè ci sono un sacco di variabili che vengono trascurate nel tuo giudizio come nel mio e in quello di B. Nel caso specifico potrebbe essere che la tua dotazione genetica, la tua igene orale, perchè no anche un pò di fortuna potrebbero aver colmato lacune anche gravi del tuo dentista, non è detto ma allo stesso modo non è escludibile… in questo senso, specialmente nel lavoro (a mio avviso ovviamente) un responsabile di sezione non può esercitare quel ruolo se non è a conoscenza di tutti gli aspetti pratici che quel settore richiede…oppure può farlo ma rischiando gravi lacune a tutto il sistema… non so se sono riuscito a spiegarmi, lo so di sfiorare forse l’utopia ma allo stesso modo mi rendo conto dei molteplici problemi che sono evidenti nella struttura delle aziende italiane.. secondo me dovuti anche in parte a questa “filosofia permissiva”

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      6. Secondo me tutto il tuo discorso rientra nel campo della filosofia, mentre noi stavamo parlando di vita reale… Comunque a me è capitato proprio quello che tu hai portato come esempio, prima che conoscessi il mio dentista: sono andata da una tizia da cui il mio capo, e tutta la sua famiglia, andava da quarant’anni. Loro non hanno mai avuto un problema e ne erano felicissimi, a me ha distrutto la vita, quindi il tuo esempio lo capisco benissimo…

        Il fatto è che ci sono altri fattori tra medico e paziente, che è la sintonia. Con le altre persone, avendole avute in cura sempre lei, era sicura della base su cui lavorava, mentre con me ha dato per scontato che il dentista precedente fosse stato un incapace, che io dicessi che non avevo alcun dolore solo per paura, e insomma, alla fine forse sarà stata pure bravissima (fatto salvo il margine d’errore umano) da un punto di vista accademico, ma da un punto di vista umano ed empatico era la quintessenza del disastro. Cosa significa tutto questo? Probabilmente che nessuno è completamente positivo o negativo, e un capo deve pure capire questo del personale, quello che non regge lo stress e quello che, al contrario, lavora meglio sotto pressione, quello che non è empatico, quello che chiudilo dentro una stanza con una macchina ti tira fuori i massimi sistemi ma non chiedergli di ascoltare una persona, e viceversa quello che non sa fare due più due ma riesce a dare a un malato grave la fiducia in se stesso e la forza di andare avanti.

        Diciamo pure che, se ben gestiti, nel mondo c’è posto per tutti. 😉

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      7. compreso perfettamente il tuo punto di vista ed è stato un piacere rispecchiarmici per capirlo, di fatto la chiave sta nella tua frase iniziale (per quel che mi riguarda ovviamente) la filosofia è un accessorio della vita e non un suo mondo parallelo.. in effetti giudicare è sempre molto complicato, perchè escludendo le parti “empatiche” anche farlo solo sul tecnicismo diventa probabilmente di fatto parziale ai fini del risultato… tanto interessante quanto complesso

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  3. Dove lavoro io invece si ragiona in termini di “colpa”.
    DI chi è la colpa? Chi è stato a fare ciò? Chi ha inserito questo dato? Chi non ha controllato?
    Ragionando in questo modo, ognuno vive con la paura di sbagliare e comunque agisce sempre in modo tale che la “colpa” possa ricadere su qualcun altro.
    “E’ stato lui a dirmi di fare così” “E’ stato lui a non controllare”.
    Alla fine la passano liscia solo i paraculi.

    Per quanto riguarda il concetto di migliore, in ambito lavorativo come il tuo o il mio non credo si adatti troppo. Diverso in altri settori, magari agenti di commercio, dove il “migliore” può essere valutato in termini numerici (più fatturato individuale, più clienti, più contratti).

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    1. Così funziona però o nei carrozzoni statali, o nelle aziende che poi falliscono, perché a furia di riversare le colpe sugli innocenti rimangono solo gli inetti colpevoli, e quando non c’è più nessuno su cui far ricadere la colpa si può solo chiudere i battenti.

      Certo è che, anche in questi casi, gli inetti cadono in piedi e in genere riescono a farsi il famoso paracadute d’oro.

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      1. A dire il vero la mia non è una ditta Statale, e nemmeno siamo in crisi.
        Avevamo una direzione ‘vecchia’ con stile antiquato che è stata da poco soppiantata da una nuova più giovane e progressista, ma in alcuni ‘capi’ di vecchia guardia vige ancora la brutta abitudine della ‘colpa’ da affibbiare a qualcuno.

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  4. Io non mi trovo ancora in un ambiente lavorativo, ma quando si è trattato finora di portare a termine progetti e lavori per un esame o tesi il mio obiettivo è sempre stato di fare quella cosa e farla bene usando al massimo le capacità del gruppo e degli strumenti a disposizione. E’ da tempo che ho rinunciato al concetto di migliore perché chi valuta non è mai obiettivo e anche se lo fosse qualcuno potrebbe risultare migliore di un altro grazie ad un colpo di fortuna o una circostanza. Io cerco di fare il meglio perché sono esigente con me stessa e in più non mi importa chi fa cosa, purché il lavoro venga portato a termine.. Il che significa spesso ingoiare rospi.

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    1. hai aggiunto ai punti da me citati una variabile fondamentale, che va assolutamente aggiunta ai criteri di valutazione oggettiva, cioè la soggettività… il giudizio non potrà mai essere impersonale.. quando il frutto del lavoro non è dovuto al singolo ci sono sempre molte complessità da considerare… sul migliore concordo, ma credo si era capito… 🙂

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  5. E purtroppo va cosi la storia… Mi piaccino sempre i tuoi post dove analizzi le cose che succedono… Io lavoro in una scuola di specializzazione in psicoterapia e sono sola a parte i direttore e i professori… Ho svuto sempre posti privati con pochissimi colleghi con i quali andavo daccordo…
    E se ognuno prendesse le proprie responsabilita senza cercare colpe ma provando a migliorare….

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    1. io ho un esperienza praticamente opposta sempre aziende di dimensioni notevoli, in scala proporzionale.. i posti dove sono stato meglio sono quelli dove c’ernao meno persone ma questo credo derivi da un fatto puramente personale… io non sto tanto bene in mezzo alla gente… 🙂

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      1. ovviamente dipende dai fattori come dici tu.. in generale però non amo le folle.. dove per folla si intende un numero maggiore di 3 persone… :))))))

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